COMUNICATO STAMPA
ALTURA, Amici della Terra, Comitato Nazionale del Paesaggio, Comitato per la Bellezza, Italia Nostra, LIPU-Birdlife Italia, Mountain Wilderness, Movimento Azzurro, Stop al Consumo di Territorio, VA
Cartello di Associazioni scrive al Governo
in occasione della Strategia Energetica Nazionale.
“Dirottare risorse dalle rinnovabili elettriche ad altri settori”
Le rinnovabili elettriche, malgrado la decennale speculazione che le ha portate
già oggi al raggiungimento degli obiettivi comunitari al 2020, continuano a godere
di sostegni inaccettabili. Cosi si creeranno ancora scempi territoriali e nuovi danni all’economia italiana e senza combattere seriamente i gas serra.
Fermare il disastro territoriale, ambientale, paesaggistico, finanziario in atto con la corsa all’eolico, dirottare le risorse finanziarie verso più utili politiche di efficienza e risparmio energetico, investire nel rendere meno impattante il settore del trasporto, rivitalizzare ricerca e innovazione, espandere tecnologie amiche dell’ambiente come quelle nel settore del riscaldamento-raffrescamento. Ulteriore, moderata crescita delle rinnovabili elettriche solo con il fotovoltaico sulle superfici edificate o dove sorgono infrastrutture.
E’ la sintesi dell’articolata e argomentata istanza che, ancora una volta dopo anni, un cartello di Associazioni ambientaliste (ALTURA, Amici della Terra, Comitato Nazionale del Paesaggio, Comitato per la Bellezza, Italia Nostra, LIPU-Birdlife Italia, Mountain Wilderness, Movimento Azzurro, Stop al Consumo di Territorio, VAS) sottopongono ai vertici di governo per affrontare il “caso” tutto italiano dello sviluppo, distorto, delle rinnovabili.
Nella nota trasmessa ai principali Ministri interessati (Finanze, Sviluppo economico, Ambiente, Beni culturali, Agricoltura, Turismo, Coesione territoriale) oltre al premier Monti, si richiama la preoccupazione per il vilipendio di valori territoriali tutt’ora in atto, a causa di errori disastrosi commessi in questi anni e che, invece di essere affrontato, rischia di essere aggravato senza contropartite.
Nella SEN (Strategia Energetica Nazionale), infatti, la soglia del 26,39% di rinnovabili elettriche programmato al 2020, e già oggi raggiunto, viene improvvisamente elevato al 36-38%.
In realtà un aumento “ingannevole” senza alcuna preventiva valutazione di carattere territoriale, ambientale, paesaggistica ed economica, che paradossalmente nasconde conseguenze negative anche per la stessa lotta ai gas serra.
“Da un lato – spiegano le Associazioni - tale aumento dell’obiettivo delle rinnovabili elettriche senza che sia posto alcun limite alle tecnologie, come l’eolico, determinerà il sacrificio su vasta scala di ulteriori, immensi territori fra i più belli e delicati del nostro Paese, per contribuire al raggiungimento, nel breve tempo di soli otto anni, di un incremento di ulteriori 10-12 punti percentuale di rinnovabile nel comparto elettrico, e per il quale non vi è alcun nuovo obbligo internazionale. Un ennesimo lucroso regalo a chi ha già occupato migliaia e migliaia di ettari con piantagioni eoliche o distese di pannelli fotovoltaici e che, anzi, dovrebbe essere tassato in ragione di rendite sproporzionate.
“Dall’altro – proseguono - un contesto economico e finanziario durissimo, pagato ogni giorno da milioni di italiani in difficoltà. Dovrebbero quindi essere tagliati gli sprechi nel settore e dovrebbero essere favorite politiche che permettano maggiori riduzioni dei gas serra e portino anche vantaggi sociali, come il sostegno ai trasporti pubblici (colpiti invece da tagli di risorse) o agli impianti solari e fotovoltaici sui tetti degli stabili condominiali o delle aziende agricole, con indirette integrazioni al reddito delle famiglie, o, ancora, un imprescindibile sostegno ai nostri ricercatori dirottando una più dignitosa frazione del fiume di incentivi all’innovazione tecnologica di tutto il settore delle rinnovabili.
“Invece con questa Strategia energetica – che, al già abnorme importo di 9 miliardi spesi nel 2011 come incentivi alle rinnovabili elettriche, da quest’anno prevede l’aumento di altri 3,5 miliardi, per un totale di ben 12,5 miliardi di euro all’anno protratti per 20 anni - si predispongono pesanti aggravi di spese a danno di famiglie, consumatori e imprese italiane, perseguendo risultati di contenimento delle emissioni più modesti rispetto alle alternative possibili”.
La stessa SEN afferma che, come percentuale sui consumi totali, il calore (riscaldamento e raffrescamento) “rappresenta la quota più importante, pari a circa il 45% del totale, seguito da quello dei trasporti, con poco più del 30% e infine da quelli elettrici.”
Le Associazioni ricordano che la crescita degli obiettivi di riduzione dei gas serra deve essere perseguita con convinzione ma rispettando la capacità produttiva delle stesse rinnovabili, la sostenibilità ambientale e in relazione alle possibilità offerte dal nostro territorio, che rappresenta un bene limitato, prezioso, irrinunciabile.
Nel campo delle rinnovabili elettriche un’ulteriore crescita è ammissibile, moderatamente, attraverso tecnologie come il fotovoltaico, capaci di integrarsi nei tessuti già urbanizzati o occupati da infrastrutture ma privi di significato storico e architettonico, di cui l’Italia purtroppo abbonda con centinaia di migliaia di ettari.
5 novembre 2012
Per le associazioni:
Ufficio stampa LIPU
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martedì 6 novembre 2012
mercoledì 1 febbraio 2012
Stop agli incentivi sul fotovoltaico
Stop agli incentivi sul fotovoltaico a terra: modestamente retroattiva la norma, ma le associazioni vogliono ricorrere
Con il decreto liberalizzazioni il governo Monti ha cancellato gli incentivi agli impianti fotovoltaici a terra in aree agricole. La pubblicazione in Gazzetta del decreto ha scatenato le reazioni delle associazioni di categoria ANIE/GIFI, APER, ASSOSOLARE e ASSO ENERGIE FUTURE. Le associazioni contestano soprattutto il fatto che il decreto, modificato nella notte fra il 24 e il 25 gennaio, ha validità retroattiva. Infatti con il decreto Romani chi doveva costruire un impianto da più di un MW aveva tempo fino al marzo 2012. Ora coloro che ad oggi non avevano ancora ottemperato alla messa in opera di un progetto non otterranno i finanziamenti.
Contraria all’articolo anche Legambiente che dichiara: “Il governo ha fatto bene a intervenire sugli incentivi per il fotovoltaico a terra, perché il boom di progetti presentati al GSE rischia di mandare in tilt il sistema e di diventare un boomerang per il futuro delle rinnovabili. Non condividiamo però l’impianto dell’articolo, in primo luogo perché cancella il fotovoltaico a terra anche per le aziende agricole dove poteva rappresentare una integrazione del reddito, poi perché l’incentivo proposto per gli impianti sulle serre è troppo generoso e rischia di diventare un volano per le speculazioni”.
Enzo Cripezzi, LIPU Puglia, ha invece dichiarato a Gaianews.it che il provvedimento ha un lievissimo effetto retroattivo trattandosi solo di quei progetti che dovevano essere realizzati nei prossimi due mesi. Secondo Cripezzi sarebbe opportuno conoscere i dati per capire la reale entità della perdita.
Per Cripezzi il provvedimento è salvifico perchè disinnesca la miccia di uno sviluppo selvaggio del fotovoltaico che teneva conto solo di logiche di guadagno per le lobbies del settore che tenevano in scacco il fare politico.
Secondo Cripezzi dal 1995 al 2006 sono stati occupati 750,000 ettari di suolo con costruzioni, infrastrutture, cemento che non hanno nessun valore storico e che potrebbero essere utilizzati per costruire gli impianti.
Negli ultimi 3 anni, sono 25-30,000 gli ettari di suolo agricolo occupati dal fotovoltaico:secondo Cripezzi questo consumo del suolo incide molto negativamente sul prezzo delle derrate alimentari.
A regime avremo bisogno di 23.000MW di potenza entro il 2016 (il precedente traguardo degli 8.000 entro il 2020 è stato sostituito) che corrispondono a circa 50.000 ettari. Sta a noi decidere quali porzioni di territorio utilizzare.
La LIPU concorda con Legambiente circa il problema dei fotovoltaici su serra: poter installare pannelli fotovoltaici sulla metà dei tetti delle serre significa che si potrebbero costruire serre solo per gli incentivi, ma senza necessità di coltivarvi all’intervo, cosa che peraltro sarebbe difficile con una luce così scarsa.
Un’associazione di produttori, l’APER, sta valutando le eventuali azioni legali da perseguire contro il decreto. Pieto Pacchione ha dichiarato a Rinnovabili.it:
“Stiamo valutando se ci sono strade legali che possono essere perseguite immediatamente. C’è un circolo vizioso dove da una parte ci sono le banche che ovviamente si mettono in tutela e, dall’altra, ci sono gli imprenditori bloccati perché non ricevono più soldi dalle banche per finire l’impianto. I tempi sono strettissimi per recuperare questo errore e comunque si tratta di una situazione che porta a perdere gli incentivi.”
Cripezzi invece sostiene che ora ci sia il rischio che società produttrici invitino i comuni a cambiare la destinazione d’uso dei propri terreni per continuare a costruire impianti fotovoltaici. Per Cripezzi è anche una questione di giustizia sociale: il terreno di un agricoltore che sceglie di non costruire sulla sua proprietà impianti fotovoltaici, sviupperà necessariamente uno scarso valore. Perchè allora non tassare gli impianti fotovoltaici per sostenere i servizi ecosistemici tanto importanti per la nostra società e che trovano spazio in quei terreni che ancora restano liberi da impianti?
Secondo il Ministro dell’Ambiente Clini, intanto, gli incentivi al fotovoltaico sono troppo generosi e devono essere calmierati sui costi.
FONTE: http://gaianews.it/ 30 gennaio 2012
Con il decreto liberalizzazioni il governo Monti ha cancellato gli incentivi agli impianti fotovoltaici a terra in aree agricole. La pubblicazione in Gazzetta del decreto ha scatenato le reazioni delle associazioni di categoria ANIE/GIFI, APER, ASSOSOLARE e ASSO ENERGIE FUTURE. Le associazioni contestano soprattutto il fatto che il decreto, modificato nella notte fra il 24 e il 25 gennaio, ha validità retroattiva. Infatti con il decreto Romani chi doveva costruire un impianto da più di un MW aveva tempo fino al marzo 2012. Ora coloro che ad oggi non avevano ancora ottemperato alla messa in opera di un progetto non otterranno i finanziamenti.
Contraria all’articolo anche Legambiente che dichiara: “Il governo ha fatto bene a intervenire sugli incentivi per il fotovoltaico a terra, perché il boom di progetti presentati al GSE rischia di mandare in tilt il sistema e di diventare un boomerang per il futuro delle rinnovabili. Non condividiamo però l’impianto dell’articolo, in primo luogo perché cancella il fotovoltaico a terra anche per le aziende agricole dove poteva rappresentare una integrazione del reddito, poi perché l’incentivo proposto per gli impianti sulle serre è troppo generoso e rischia di diventare un volano per le speculazioni”.
Enzo Cripezzi, LIPU Puglia, ha invece dichiarato a Gaianews.it che il provvedimento ha un lievissimo effetto retroattivo trattandosi solo di quei progetti che dovevano essere realizzati nei prossimi due mesi. Secondo Cripezzi sarebbe opportuno conoscere i dati per capire la reale entità della perdita.
Per Cripezzi il provvedimento è salvifico perchè disinnesca la miccia di uno sviluppo selvaggio del fotovoltaico che teneva conto solo di logiche di guadagno per le lobbies del settore che tenevano in scacco il fare politico.
Secondo Cripezzi dal 1995 al 2006 sono stati occupati 750,000 ettari di suolo con costruzioni, infrastrutture, cemento che non hanno nessun valore storico e che potrebbero essere utilizzati per costruire gli impianti.
Negli ultimi 3 anni, sono 25-30,000 gli ettari di suolo agricolo occupati dal fotovoltaico:secondo Cripezzi questo consumo del suolo incide molto negativamente sul prezzo delle derrate alimentari.
A regime avremo bisogno di 23.000MW di potenza entro il 2016 (il precedente traguardo degli 8.000 entro il 2020 è stato sostituito) che corrispondono a circa 50.000 ettari. Sta a noi decidere quali porzioni di territorio utilizzare.
La LIPU concorda con Legambiente circa il problema dei fotovoltaici su serra: poter installare pannelli fotovoltaici sulla metà dei tetti delle serre significa che si potrebbero costruire serre solo per gli incentivi, ma senza necessità di coltivarvi all’intervo, cosa che peraltro sarebbe difficile con una luce così scarsa.
Un’associazione di produttori, l’APER, sta valutando le eventuali azioni legali da perseguire contro il decreto. Pieto Pacchione ha dichiarato a Rinnovabili.it:
“Stiamo valutando se ci sono strade legali che possono essere perseguite immediatamente. C’è un circolo vizioso dove da una parte ci sono le banche che ovviamente si mettono in tutela e, dall’altra, ci sono gli imprenditori bloccati perché non ricevono più soldi dalle banche per finire l’impianto. I tempi sono strettissimi per recuperare questo errore e comunque si tratta di una situazione che porta a perdere gli incentivi.”
Cripezzi invece sostiene che ora ci sia il rischio che società produttrici invitino i comuni a cambiare la destinazione d’uso dei propri terreni per continuare a costruire impianti fotovoltaici. Per Cripezzi è anche una questione di giustizia sociale: il terreno di un agricoltore che sceglie di non costruire sulla sua proprietà impianti fotovoltaici, sviupperà necessariamente uno scarso valore. Perchè allora non tassare gli impianti fotovoltaici per sostenere i servizi ecosistemici tanto importanti per la nostra società e che trovano spazio in quei terreni che ancora restano liberi da impianti?
Secondo il Ministro dell’Ambiente Clini, intanto, gli incentivi al fotovoltaico sono troppo generosi e devono essere calmierati sui costi.
FONTE: http://gaianews.it/ 30 gennaio 2012
mercoledì 9 novembre 2011
Sit-in a Roma contro Fotovoltaico ed Eolico nelle Aree Verdi
Il Comitato Nazionale contro Fotovoltaico ed Eolico nelle Aree Verdi si fa promotore di un sit-in a Roma innanzi a Montecitorio, nella mattinata di sabato 12 novembre, dalle ore 9:30 alle 13:00.
Parleranno le immagini di paesaggi stravolti e cancellati da impianti eolici e fotovoltaici industriali. Il Comitato, non intende “manifestare” per offrire una”prova di forza” che oltretutto non servirebbe. Intende, invece, adoperarsi affinché i nostri governanti con il loro impegno politico, il nostro legislatore con l’emanazione di leggi più restrittive e l’Autorità Giudiziaria con la ferrea applicazione di esse, salvino il paesaggio dall’aggressione in corso.
Si chiederà un incontro con il ministro Tremonti ed altri organi istituzionali per il taglio degli incentivi e l’impegno da parte della classe dirigente tutta per la riaffermazione, culturale e giuridica, dell’inviolabilità del Paesaggio, volano della nostra industria turistica, in un’epoca in cui esso rischia di scomparire alla nostra vista assieme alla memoria storica delle nostre popolazioni.
Verrà consegnato un documento che conterrà le analitiche motivazioni di tale nostra iniziativa, nonché le proposte che ci permettiamo di suggerire dopo che centinaia e centinaia di nostri iscritti ci hanno fatto partecipi del cambiamento della loro vita al quotidiano contatto con impianti eolici e campi fotovoltaici in prossimità delle loro proprietà.
Siete invitati tutti a partecipare
Parleranno le immagini di paesaggi stravolti e cancellati da impianti eolici e fotovoltaici industriali. Il Comitato, non intende “manifestare” per offrire una”prova di forza” che oltretutto non servirebbe. Intende, invece, adoperarsi affinché i nostri governanti con il loro impegno politico, il nostro legislatore con l’emanazione di leggi più restrittive e l’Autorità Giudiziaria con la ferrea applicazione di esse, salvino il paesaggio dall’aggressione in corso.
Si chiederà un incontro con il ministro Tremonti ed altri organi istituzionali per il taglio degli incentivi e l’impegno da parte della classe dirigente tutta per la riaffermazione, culturale e giuridica, dell’inviolabilità del Paesaggio, volano della nostra industria turistica, in un’epoca in cui esso rischia di scomparire alla nostra vista assieme alla memoria storica delle nostre popolazioni.
Verrà consegnato un documento che conterrà le analitiche motivazioni di tale nostra iniziativa, nonché le proposte che ci permettiamo di suggerire dopo che centinaia e centinaia di nostri iscritti ci hanno fatto partecipi del cambiamento della loro vita al quotidiano contatto con impianti eolici e campi fotovoltaici in prossimità delle loro proprietà.
Siete invitati tutti a partecipare
venerdì 21 ottobre 2011
Energia rinnovabile: la LIPU dice NO al condono
RINNOVABILI. LIPU: NO AL CONDONO PER GLI IMPIANTI FUORILEGGE.
CONDIVISIBILE LA PROPOSTA DI MORATORIA DI CONFINDUSTRIA SUI GRANDI IMPIANTI
No al “condono tombale” proposto dal ministro delle Politiche agricole Saverio Romano sugli impianti fuorilegge. Sì invece alla moratoria proposta da Confindustria. E’ quanto afferma la LIPU-BirdLife Italia a proposito degli impianti industriali eolici e fotovoltaici.
L’ipotesi di un condono – sottolinea la LIPU – già deprecabile di per sé, aggraverebbe ulteriormente la situazione di un settore, quello delle energie rinnovabili, diventato uno dei più speculativi e caotici, che ha visto la concessione di generosi e lucrosi incentivi (i più alti del mondo nel caso dell’eolico industriale) e con la politica che ha abdicato al suo doveroso ruolo di coordinamento e controllo. Le argomentazioni di riduzione dei gas serra e di applicazione del Protocollo di Kyoto – aggiunge la LIPU - che avrebbero dovuto ispirare una dinamica razionale e pianificata in armonia con il territorio, sono state, purtroppo, utilizzate come paravento per coprire una devastante speculazione.
“Contestiamo il provvedimento del condono e chiediamo che non venga emanato – dichiara il coordinatore della Commissione Energia della LIPU-BirdLife Italia, Stefano Allavena - Sarebbe un ulteriore, grave segnale di distorsione in un settore già da anni nel caos e su cui continuano a prevalere interessi particolari a scapito di quelli collettivi, con enormi fiumi di denaro che oggi, vista la grave crisi economica sempre più incombente, appaiono ancora più stridenti”.
“Una seria analisi della situazione energetica del nostro Paese - aggiunge Fulvio Mamone Capria, presidente LIPU-BirdLife Italia - imporrebbe di orientare le già esigue risorse verso settori a più elevato valore aggiunto per l’economia, come le rinnovabili termiche, e al miglioramento dell’efficienza energetica nel settore edilizio e in quello dei trasporti”.
Gli obiettivi comunitari al 2020, per quanto riguarda la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili - denuncia la LIPU - sarebbero addirittura già garantiti dal solo fotovoltaico previsto, senza alcun apporto dell’eolico. Gli incentivi dovrebbero quindi interessare solo gli impianti urbanizzati o strettamente al servizio delle aziende agricole che non causano impatti territoriali.
Per questi motivi occorrono tagli agli incentivi ai grandi impianti impattanti, che rischiano di saturare la rete a scapito di quelli che, invece, dovrebbero essere realizzati diffusamente nei tessuti urbanizzati. La LIPU pertanto ritiene totalmente condivisibile la proposta di moratoria avanzata in questi giorni da Confindustria nei confronti dei grandi impianti eolici e fotovoltaici.
La LIPU segue da anni con crescente preoccupazione il dilagare delle centrali eoliche e fotovoltaiche visto che le prime (le eoliche) sono causa di morte, per impatto con le pale rotanti, di un gran numero di uccelli e altri animali, e sono causa, inoltre, di grave degrado ed alterazione di ambienti naturali di grande pregio, mentre le seconde (le fotovoltaiche) stanno rapidamente diventando in molte zone una delle principali cause di consumo del territorio e delle campagne.
Per questi motivi la LIPU ha, negli anni, ripetutamente quanto inutilmente, chiesto al Governo una moratoria, in un settore in preda a decine di migliaia di istanze fuori da strumenti di pianificazione e di controllo, e alle Regioni l’adozione di regole degne di questo nome. Attualmente il risultato è la drammatica compromissione su vasta scala dell’intero Mezzogiorno e di enormi comprensori in tutta Italia, con migliaia di pale e di ettari coperti dai pannelli fotovoltaici già realizzati, senza contare il gran numero di procedimenti già in una fase assai avanzata e quindi prossimi alla realizzazione.
Parma, 20 ottobre 2011
Fonte: Ufficio stampa LIPU - BirdLife Italia
CONDIVISIBILE LA PROPOSTA DI MORATORIA DI CONFINDUSTRIA SUI GRANDI IMPIANTI
No al “condono tombale” proposto dal ministro delle Politiche agricole Saverio Romano sugli impianti fuorilegge. Sì invece alla moratoria proposta da Confindustria. E’ quanto afferma la LIPU-BirdLife Italia a proposito degli impianti industriali eolici e fotovoltaici.
L’ipotesi di un condono – sottolinea la LIPU – già deprecabile di per sé, aggraverebbe ulteriormente la situazione di un settore, quello delle energie rinnovabili, diventato uno dei più speculativi e caotici, che ha visto la concessione di generosi e lucrosi incentivi (i più alti del mondo nel caso dell’eolico industriale) e con la politica che ha abdicato al suo doveroso ruolo di coordinamento e controllo. Le argomentazioni di riduzione dei gas serra e di applicazione del Protocollo di Kyoto – aggiunge la LIPU - che avrebbero dovuto ispirare una dinamica razionale e pianificata in armonia con il territorio, sono state, purtroppo, utilizzate come paravento per coprire una devastante speculazione.
“Contestiamo il provvedimento del condono e chiediamo che non venga emanato – dichiara il coordinatore della Commissione Energia della LIPU-BirdLife Italia, Stefano Allavena - Sarebbe un ulteriore, grave segnale di distorsione in un settore già da anni nel caos e su cui continuano a prevalere interessi particolari a scapito di quelli collettivi, con enormi fiumi di denaro che oggi, vista la grave crisi economica sempre più incombente, appaiono ancora più stridenti”.
“Una seria analisi della situazione energetica del nostro Paese - aggiunge Fulvio Mamone Capria, presidente LIPU-BirdLife Italia - imporrebbe di orientare le già esigue risorse verso settori a più elevato valore aggiunto per l’economia, come le rinnovabili termiche, e al miglioramento dell’efficienza energetica nel settore edilizio e in quello dei trasporti”.
Gli obiettivi comunitari al 2020, per quanto riguarda la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili - denuncia la LIPU - sarebbero addirittura già garantiti dal solo fotovoltaico previsto, senza alcun apporto dell’eolico. Gli incentivi dovrebbero quindi interessare solo gli impianti urbanizzati o strettamente al servizio delle aziende agricole che non causano impatti territoriali.
Per questi motivi occorrono tagli agli incentivi ai grandi impianti impattanti, che rischiano di saturare la rete a scapito di quelli che, invece, dovrebbero essere realizzati diffusamente nei tessuti urbanizzati. La LIPU pertanto ritiene totalmente condivisibile la proposta di moratoria avanzata in questi giorni da Confindustria nei confronti dei grandi impianti eolici e fotovoltaici.
La LIPU segue da anni con crescente preoccupazione il dilagare delle centrali eoliche e fotovoltaiche visto che le prime (le eoliche) sono causa di morte, per impatto con le pale rotanti, di un gran numero di uccelli e altri animali, e sono causa, inoltre, di grave degrado ed alterazione di ambienti naturali di grande pregio, mentre le seconde (le fotovoltaiche) stanno rapidamente diventando in molte zone una delle principali cause di consumo del territorio e delle campagne.
Per questi motivi la LIPU ha, negli anni, ripetutamente quanto inutilmente, chiesto al Governo una moratoria, in un settore in preda a decine di migliaia di istanze fuori da strumenti di pianificazione e di controllo, e alle Regioni l’adozione di regole degne di questo nome. Attualmente il risultato è la drammatica compromissione su vasta scala dell’intero Mezzogiorno e di enormi comprensori in tutta Italia, con migliaia di pale e di ettari coperti dai pannelli fotovoltaici già realizzati, senza contare il gran numero di procedimenti già in una fase assai avanzata e quindi prossimi alla realizzazione.
Parma, 20 ottobre 2011
Fonte: Ufficio stampa LIPU - BirdLife Italia
mercoledì 8 giugno 2011
giovedì 2 giugno 2011
NUCLEARE IN ITALIA: PERCHE’ VOTARE SI AL REFERENDUM DEL 12 E 13 GIUGNO 2011
La tragedia giapponese riapre il dibattito politico sull’utilità del
nucleare in Italia. L’energia nucleare non convince noi e milioni
di italiani, questo il motivo per cui il nostro Governo tenta di
eludere il referendum di Giugno.
Altura Campania, l’associazione che nella nostra regione
protegge gli uccelli rapaci e i loro biotopi, spiega i suoi motivi
invitando gli elettori e le elettrici ad andare a votare in massa il
12 e 13 giugno barrando il si sulla scheda grigia.
Le centrali nucleari non saranno mai sicure.
I 14 incidenti più gravi (fino al 7° livello della scala INES)
nella storia dell’energia nucleare sul pianeta, tra cui i più noti
sono Three Mile Island, 1979 (USA), Chernobyl 1986 (URSS),
Goiania, 1987 (Brasile) e Fukushima, 2011 (Giappone) hanno
confermato drammaticamente la pericolosità di questa fonte
energetica.
Oggi le aree contaminate dalle radiazioni sono spopolate e
resteranno tali per millenni (almeno 25.000 anni per colpa del
plutonio). Linfomi e leucemie, come invisibili untori,
continueranno a uccidere i figli degli scampati per numerose
generazioni.
Il problema dello smaltimento di scorie radioattive non è stato
risolto. Le scorie radioattive rimangono pericolose per secoli e
non esiste ancora un sistema per gestirle in sicurezza, dove si
era pensato di realizzare il sito unico nazionale di stoccaggio
italiano? Ma nel Mezzogiorno ovviamente, a Scanzano in
Lucania.
Il nucleare genera meno occupazione delle fonti rinnovabili. Le
ricerche e le applicazioni europee per le fonti rinnovabili, fino al
2020, sono più produttive del 300% rispetto al piano nucleare
che ENEL vorrebbe attuare in Italia. I potenziali nuovi posti di
lavoro che creerebbe l’energia alternativa nel nostro paese sono
almeno 200.000, contro i 30 o 40 mila del nucleare.
Il nucleare è costoso. Il dipartimento USA dell’energia informa
che un reattore EPR costa, in media, 7,5 miliardi di euro, cifra
superiore ai 4,5 miliardi calcolati dall’ENEL. Nessuno aggiunge
i costi per lo smaltimento delle scorie e eventuali
smantellamenti per bonifiche e ristrutturazioni degli impianti,
questi sono a carico dell’ente pubblico quindi ricavati dalle tasse dei cittadini.
Nel 2020 le fonti rinnovabili e un’oculata politica di efficienza
energetica, saranno in grado di produrre 150 miliardi di
kilowattora, ben oltre l’obiettivo dell’Enel col suo piano
nucleare, riducendo fin da subito le emissioni di CO2 di oltre la
metà rispetto al recente passato.
Il nucleare come scelta, non risolverebbe i problemi del clima.
Le centrali nucleari saranno completate dopo il 2020, ma la
riduzione dei gas serra non ammette ritardi. Investire sul
nucleare sottrae risorse alla ricerca sulle fonti rinnovabili.
L’atomo non ci renderebbe energeticamente indipendenti. Si
continuerebbe a importare petrolio e inoltre dipenderemmo dall’
estero, importando Uranio e tecnologie, visto che il brevetto del
Reattore EPR è francese. I cugini d’oltralpe, leader europei nella
detenzione di centrali nucleari, hanno un consumo medio di
petrolio tra i più alti del Vecchio Continente.
Il nucleare non rappresenta una illimitata risorsa energetica.
L’Uranio esaurisce infatti la sua funzione di propellente in non
più di mezzo secolo. E’ scientificamente provato che in nuove
centrali, non ancora a pieno regime, l’esaurimento dell’Uranio si
accelererebbe di gran lunga rispetto a Centrali già funzionanti da
tempo.
Gli italiani che diranno SI all’abolizione della legge che
reintroduce lo sviluppo nucleare in Italia con la scelta referendaria,
che furbescamente il Governo tenta in extremis di
bypassare col decreto Omnibus, sono la stragrande maggioranza
della popolazione. I sondaggi ci dicono che la maggior parte di
noi non vuole che una centrale nucleare sorga nella propria
Nazione e nella propria Regione.
Anche le centrali più lontane non diminuiscono i rischi dei
paesi che non adottano il nucleare; è vero che l’Italia è
circondata da nazioni che hanno impianti nucleari, ma è
dimostrato che in caso di incidenti le mutazioni genetiche negli
esseri umani e in tutte le specie di animali e piante sono
significativamente alte nel raggio di pochi kilometri dal luogo
dell’incidente, mentre diminuiscono drasticamente
allontanandosi centinaia di km.
La prospettata centrale nucleare alla Foce del fiume Sele,
costringerebbe ad evacuare città come Napoli, Salerno e l’intera
sua Provincia, considerando che questa è anche un’area ad alto
rischio sismico, pensiamoci tutti molto bene.
Felice Turturiello
nucleare in Italia. L’energia nucleare non convince noi e milioni
di italiani, questo il motivo per cui il nostro Governo tenta di
eludere il referendum di Giugno.
Altura Campania, l’associazione che nella nostra regione
protegge gli uccelli rapaci e i loro biotopi, spiega i suoi motivi
invitando gli elettori e le elettrici ad andare a votare in massa il
12 e 13 giugno barrando il si sulla scheda grigia.
Le centrali nucleari non saranno mai sicure.
I 14 incidenti più gravi (fino al 7° livello della scala INES)
nella storia dell’energia nucleare sul pianeta, tra cui i più noti
sono Three Mile Island, 1979 (USA), Chernobyl 1986 (URSS),
Goiania, 1987 (Brasile) e Fukushima, 2011 (Giappone) hanno
confermato drammaticamente la pericolosità di questa fonte
energetica.
Oggi le aree contaminate dalle radiazioni sono spopolate e
resteranno tali per millenni (almeno 25.000 anni per colpa del
plutonio). Linfomi e leucemie, come invisibili untori,
continueranno a uccidere i figli degli scampati per numerose
generazioni.
Il problema dello smaltimento di scorie radioattive non è stato
risolto. Le scorie radioattive rimangono pericolose per secoli e
non esiste ancora un sistema per gestirle in sicurezza, dove si
era pensato di realizzare il sito unico nazionale di stoccaggio
italiano? Ma nel Mezzogiorno ovviamente, a Scanzano in
Lucania.
Il nucleare genera meno occupazione delle fonti rinnovabili. Le
ricerche e le applicazioni europee per le fonti rinnovabili, fino al
2020, sono più produttive del 300% rispetto al piano nucleare
che ENEL vorrebbe attuare in Italia. I potenziali nuovi posti di
lavoro che creerebbe l’energia alternativa nel nostro paese sono
almeno 200.000, contro i 30 o 40 mila del nucleare.
Il nucleare è costoso. Il dipartimento USA dell’energia informa
che un reattore EPR costa, in media, 7,5 miliardi di euro, cifra
superiore ai 4,5 miliardi calcolati dall’ENEL. Nessuno aggiunge
i costi per lo smaltimento delle scorie e eventuali
smantellamenti per bonifiche e ristrutturazioni degli impianti,
questi sono a carico dell’ente pubblico quindi ricavati dalle tasse dei cittadini.
Nel 2020 le fonti rinnovabili e un’oculata politica di efficienza
energetica, saranno in grado di produrre 150 miliardi di
kilowattora, ben oltre l’obiettivo dell’Enel col suo piano
nucleare, riducendo fin da subito le emissioni di CO2 di oltre la
metà rispetto al recente passato.
Il nucleare come scelta, non risolverebbe i problemi del clima.
Le centrali nucleari saranno completate dopo il 2020, ma la
riduzione dei gas serra non ammette ritardi. Investire sul
nucleare sottrae risorse alla ricerca sulle fonti rinnovabili.
L’atomo non ci renderebbe energeticamente indipendenti. Si
continuerebbe a importare petrolio e inoltre dipenderemmo dall’
estero, importando Uranio e tecnologie, visto che il brevetto del
Reattore EPR è francese. I cugini d’oltralpe, leader europei nella
detenzione di centrali nucleari, hanno un consumo medio di
petrolio tra i più alti del Vecchio Continente.
Il nucleare non rappresenta una illimitata risorsa energetica.
L’Uranio esaurisce infatti la sua funzione di propellente in non
più di mezzo secolo. E’ scientificamente provato che in nuove
centrali, non ancora a pieno regime, l’esaurimento dell’Uranio si
accelererebbe di gran lunga rispetto a Centrali già funzionanti da
tempo.
Gli italiani che diranno SI all’abolizione della legge che
reintroduce lo sviluppo nucleare in Italia con la scelta referendaria,
che furbescamente il Governo tenta in extremis di
bypassare col decreto Omnibus, sono la stragrande maggioranza
della popolazione. I sondaggi ci dicono che la maggior parte di
noi non vuole che una centrale nucleare sorga nella propria
Nazione e nella propria Regione.
Anche le centrali più lontane non diminuiscono i rischi dei
paesi che non adottano il nucleare; è vero che l’Italia è
circondata da nazioni che hanno impianti nucleari, ma è
dimostrato che in caso di incidenti le mutazioni genetiche negli
esseri umani e in tutte le specie di animali e piante sono
significativamente alte nel raggio di pochi kilometri dal luogo
dell’incidente, mentre diminuiscono drasticamente
allontanandosi centinaia di km.
La prospettata centrale nucleare alla Foce del fiume Sele,
costringerebbe ad evacuare città come Napoli, Salerno e l’intera
sua Provincia, considerando che questa è anche un’area ad alto
rischio sismico, pensiamoci tutti molto bene.
Felice Turturiello
mercoledì 11 maggio 2011
Cosa succede al Territorio con il D.Lgs 28/2011 Romani sulle rinnovabili ?
Con il Decreto Romani del 03.03.2011 pubblicato in GU 28.03.2011 sono state introdotte delle novità nel settore delle rinnovabili. Limitatamente agli aspetti di maggiore interesse per le tutele del territorio è opportuno identificarne alcuni e cercare di capire quali possano essere le emergenze da perseguire in una politica complessiva di salvaguardia.
PROCEDURE
Intanto viene introdotta la “procedura abilitativa semplificata” (PAS) che va a sostituire la D.I.A. (Dichiarazione di Inizio Attività) già prevista per talune tipologie di impianti nelle Linee Guida Nazionali. Tale procedura abilitativa è una sorta di super DIA con cui, indicativamente, sembra che sia il comune e non più il proponente ad assumersi l’onere di raccogliere eventuali atti di assenso necessari a corredare la richiesta del titolo abilitativo.
E’ demandato alle Regioni il compito di individuare formule con cui prevenire effetti cumulativi ed elusioni in ordine ad un utilizzo improprio della PAS. Cosa che ragionevolmente non avverrà mai o sarà del tutto superficiale con intuibili conseguenze.
Sempre nel campo delle procedure, per i procedimenti avviati dopo l’entrata in vigore del Decreto, viene sancita la compressione a 3 mesi (erano 6 mesi) del tempo necessario a completare il procedimento di Autorizzazione Unica con relative conferenze di servizio, al netto dei tempi previsti della procedura di verifica/VIA.
Attenzione: al netto dei “TEMPI previsti per …” e non semplicemente al netto della verifica/VIA. Sembrerebbe che i tempi già cadenzati per le valutazioni di carattere ambientale diventano essi stessi contingentati ai fini della legittimità sul procedimento complessivo. Fino ad oggi era orientamento consolidato che la procedura di verifica/VIA rappresentasse un endoprocedimento a se stante, seppur con tempi programmati ma quasi mai rispettati per intuibili difficoltà o per approfondimenti richiesti al proponente.
Questo dettaglio rischia di offrire una ulteriore sponda agli speculatori in sede di ricorso amministrativo visti i tempi e le capacità organizzative della Pubblica Amministrazione.
Assolutamente deleterio è l’art.6, comma 9, : le Regioni possono elevare la soglia di potenza fino a 1 MW nell’applicazione della PAS per tutte le tipologie di impianti FER.
Ove applicata, questa disposizione comporterà il caos totale come accaduto in Puglia dove una simile quanto indebita deregolamentazione è stata drammaticamente sperimentata per l’eolico con la D.I.A.. Centinaia e centinaia di istanze sono approdate a UTC comunali del tutto impreparati (o compiacenti), fino a quando la norma è stata dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale rispetto ai più bassi limiti che erano previsti dalla norma nazionale.
In realtà il provvedimento appare del tutto funzionale a “salvare” un’altra analoga norma di deregolamentazione tutt’ora disastrosamente in vigore in Basilicata, sebbene dichiarata illegittima anche qui con un recente pronunciamento della Corte Costituzionale, evidentemente vanificato dall’articolo in questione. Altre Regioni si stanno già orientando in questa direzione.
La deregolamentazione era purtroppo sostenuta anche nella proposta di Legge di iniziativa popolare sull’Energia, promossa mesi fa con raccolte di firme da parte di alcune associazioni (Legambiente, Greenpeace, Wwf ed altre).
Quanto alla “Comunicazione per attività in edilizia libera”, essa continua ad applicarsi secondo quando previsto dalle recenti Linee Guida nazionali (per micro impianti, es. eolico con rotore da 1m e h da 1,5m). Ma anche qui è prevista la possibilità per le Regioni di elevare le soglie di potenza fino a 50KW o di qualsivoglia potenza per FV sui tetti, al netto di eventuali norme di tutela ambientale applicabili al caso.
REQUISITI per il FOTOVOLTAICO a TERRA
L’art.10 comma 4 introduce un positivo (ma non esaustivo) argine al FV sui terreni liberi. Esso esclude dagli incentivi (quindi non applica un divieto urbanistico che sarebbe stato necessario concertare obbligatoriamente con le Regioni) tutti gli impianti FV superiori a 1 MW con moduli collocati a terra sui terreni agricoli.
A questo limite si aggiunge la distanza minima di 2 Km nel caso gli impianti siano su terreni appartenenti allo stesso proprietario. In ogni caso non può essere destinato più del 10% del terreno nella disponibilità del proponente.
Tuttavia queste prescrizioni non possono considerarsi esaustive per la tutela dei terreni agricoli se si considera che 1 MW di FV corrispondono pur sempre a circa 2 ettari.
Inoltre questa disposizione non si applica ai terreni abbandonati da almeno 5 anni.
Non è chiaro cosa e come si possa intendere per “abbandonati”, nemmeno come e da quando si possa certificare lo stato di “abbandono” ma paradossalmente emerge un grave rischio proprio per le aree più pregevoli dal punto di vista ambientale. In genere sono proprio gli incolti o i pascoli, cioè terreni non utilizzati dall’agricoltura, a rappresentare le aree di maggiore interesse per la concentrazione di biodiversità che presentano e per l’ovvio valore ecologico e paesaggistico.
Degno di attenzione è il transitorio con cui entra in vigore questa disposizione: essa non si applica ai progetti che abbiano conseguito l’autorizzazione entro la data di entrata in vigore del Decreto o presentati entro il 1 gennaio 2011 PURCHE’, tuttavia, l’impianto entri in esercizio entro un anno dalla data di entrata in vigore dello stesso decreto (29 marzo 2012).
E’ del tutto evidente che per salvare le aree già gravate da progetti presentati o addirittura autorizzati, gioca un ruolo fondamentale il “rallentamento” dell’iter autorizzativo e dei tempi realizzativi di un grosso impianto, che indurrebbero a loro volta un fattore di rischio per la società proponente e per l’istituto di credito finanziatore, quindi, si spera, l’orientamento a desistere nel realizzare un impianto di grossa taglia per quanto autorizzato !
INCENTIVI
E’ previsto che agli impianti oltre 5 MW entrati in esercizio dal 1 gennaio 2013 siano assegnati incentivi attraverso aste al ribasso rispetto ad una soglia predefinita. L’incentivo sarà diversificato per fonti, soglie di potenza ed altri criteri. Non è chiaro se vi saranno anche criteri di natura territoriale, quindi orientati a compensare la diversa producibilità dell’impianto sul territorio nazionale, quindi nell’ottica di perseguire le soglie di potenza che sarebbero assegnate alle regioni.
E’ previsto inoltre un sistema di transizione dal vecchio al nuovo sistema incentivante anche per gli impianti che già in esercizio o che entrino in esercizio prima del 2013.
In particolare i Certificati Verdi per l’eolico resteranno in vigore fino a tutto il 2015 e il valore di quelli eccedenti il rispetto della quota d’obbligo (non negoziati sul mercato), e quindi di cui il GSE garantisce il ritiro, è pari al 78% del prezzo stabilito.
Entro 6 mesi dall’entrata in vigore del Decreto (entro settembre) dovranno essere emanati i decreti che disciplinano l’incentivazione per gli impianti in genere sotto i 5MW e quelli sottoposti a rifacimento, il sistema di aste per quelli oltre 5 MW e i sistemi di transizione.
Per il FV l’incentivo attuale è garantito per gli impianti che entrino in esercizio entro maggio c.a.. Tuttavia è in corso di pubblicazione il decreto attuativo in ordine alla incentivazione successiva a maggio.
E’ prevista la possibilità di accordi tra l’Italia ed altri Stati per trasferimenti statistici di energia allo scopo di rispettare le quote di competenza di rinnovabile ma solo ove non fossero raggiunti gli obiettivi intermedi. Analogamente è prevista la possibilità tra le Regioni, o tra queste ed enti esteri, di negoziare il trasferimento di quote di produzione energetica da FER rispetto a quelle assegnate.
E’ introdotta, inoltre, l’interdizione agli incentivi per tutte quelle figure eventualmente coinvolte in istanze di accesso agli incentivi basate su dati falsi o addirittura prive di titoli abilitativi, nonché sanzioni amministrative in tal senso.
A giudicare dalla mole di richieste di autorizzazione di impianti eolici che tutt’ora continuano drammaticamente ad inondare le Autorità competenti, non sembra che l’orientamento politico introdotto con il Decreto abbia scoraggiato gli speculatori, almeno nel conseguimento di autorizzazioni.
E’ ragionevole immaginare che la lobby eolica, pur nell’incertezza del momento, abbia comunque interesse a saturare il mercato dei titoli abilitativi sul territorio per poi giocarli eventualmente con il nuovo sistema incentivante sperando che sia il più lauto possibile, magari condizionandolo pesantemente la concertazione di questi mesi.
DECRETI ATTUATIVI
Tanto dipende quindi dai decreti attuativi in materia di incentivazione, dai quali potranno meglio identificarsi gli interessi alla vera e propria realizzazione degli impianti, anche di quelli già autorizzati ma che dovranno, anche se realizzati prima dell’entrata in vigore del nuovo sistema incentivante, essere traghettati comunque verso il nuovo sistema, presumibilmente maturando alcuni vantaggi per via di diritti acquisiti.
Questa fase transitoria è quindi determinante, soprattutto per l’eolico.
Sarebbe utile anche comprendere quanto rapida possa essere la realizzazione di un impianto eolico e quando effettivamente oggi appaia attraente l’investimento, soprattutto nelle aree meridionali, malgrado l’ipotetico fattore di rischio.
Analogamente all’interdizione dei grossi impianti FV sui terreni liberi ottenuta attraverso lo strumento della disincentivazione, appare utile perseguire una ipotesi di condizionamento dell’incentivo eolico in base alla tipologia di impianto e alla sua collocazione.
In altri termini l’interdizione all’incentivo per impianti ricadenti in particolari situazioni impattanti di rilievo nazionale, e quindi di interesse dello Stato (pur con i necessari quanto pericolosi transitori rispetto ai diritti acquisiti), sarebbe immediatamente emanabile senza concertazioni capestro con le Regioni e come invece sarebbe d’obbligo per vere e proprie misure di tutela di carattere territoriale o urbanistica.
In altri termini il Governo, anche alla luce della sconcertante, mancata stesura delle Linee Guida da parte delle Regioni (in ottemperanza alle Linee Guida nazionali), nel migliore dei casi emanate in una ottica di scarsa efficacia, potrebbe escludere totalmente dall’incentivo alcuni nuovi impianti eolici ricadenti, ad esempio, entro una fascia di rispetto dai siti Unesco, dai Parchi Nazionali, da aree a vincolo paesaggistico o gravate da siti riproduttivi di specie faunistiche di rilievo internazionale, ecc, ecc, ancorché autorizzati ma non realizzati entro un dato periodo.
Ma la valutazione complessiva sull’eolico deve collegarsi anche all’imminente decreto attuativo sull’incentivazione al FV.
Intanto emerge un elemento di preoccupazione poiché, all’art.3 comma 2 del decreto le cave sono escluse dalle “aree agricole”, dove invece vigono le limitazioni per il grande FV over 1 MW.
Un simile provvedimento:
a) introduce il potenziale degrado definitivo di aree che, per quanto occupate da cave, anche dismesse possono notoriamente essere oggetto di colonizzazione per la biodiversità che in questi siti può svilupparsi autonomamente e tornare a rappresentare territorio non ancora “consumato”.
b) Manderebbe all’aria fideiussioni e programmi che i gestori delle cave hanno dovuto prevedere per il ripristino paesaggistico e ambientale all’atto della dismissione, in base a norme di settore. Un regalo ai cavatori e una offesa agli interessi collettivi autentici.
Per contro non compaiono misure per disincentivare azioni elusive attraverso le cosiddette “serre fotovoltaiche”, nuova frontiera della speculazione energetica.
Ulteriore aspetto negativo è determinato dal parere/richiesta espresso dalla Conferenza Stato Regioni sul decreto lo scorso 28 aprile in merito alla definizione di “piccoli impianti” ai fini delle soglie incentivanti. La Conferenza ha chiesto vergognosamente di elevare la potenza dai previsti 200KW, su edifici o in regime di scambio sul posto, a quella di 1 MW (2 ettari) indipendentemente dalla allocazione !
Più nel dettaglio di questo decreto attuativo, si evince che la potenza FV installabile prevista in scaglioni periodici dovrebbe raggiungere la soglia di 23.000 MW al 2016 invece che gli 8000 MW al 2010 prima previsti ! Si ricorda che il GSE ha consuntivato circa 7000 MW in esercizio e quindi l’imminente superamento dei previsti 8000 MW.
Esulando da una pur giusta riflessione sulla inopportunità di prevedere questa soglia al 2016 e non più economicamente spalmata fino al 2020, emergono due considerazioni:
1) Se per assurdo l’eolico fosse bloccato ai 6000 MW (5000 torri) in esercizio al 31.12.2010 (ma almeno altrettanti sono ormai i MW tra follemente autorizzati o con parere ambientale espresso), unitamente ai 23.000 MW di FV previsto si raggiungerebbero quasi 30.000 MW di potenza elettrica attivabile da fonti intermittenti non programmabili . Potenza che, per la sicurezza del sistema elettrico nazionale, non dovrebbe superare il 20 % della potenza massima in gioco (almeno allo stato attuale delle tecnologie), ovvero il 20% di 56.000 MW.
2) Nell’ambito del P.A.N. (Piano d’Azione Nazionale) sulle FER (30.06.2010) trasmesso dal Governo alla UE, l’Italia si è impegnata a raggiungere al 2020 la sua quota di rinnovabile attraverso una serie di misure tra cui, nel comparto elettrico appunto, l’insediamento di una capacità di 8.000 MW di FV e 12.000 MW di eolico on-shore ricavandone le relative previsioni di produzione energetica: rispettivamente 9.650 GWh e 18.000 GWh.
E’ evidente che se la potenza di FV lievitasse a 23.000 MW (per altro al 2016) ci si attenderebbe in proporzione (pur senza immaginare margini di miglioramento nella resa della tecnologia FV) oltre 27700 GWh di energia, quindi oltre 18.000 GWh di energia IN PIU’, pari a TUTTO il contributo eolico al 2020 ma, ancor più opportunamente, sufficiente ad assorbire abbondantemente i 9000 GWh immaginabili con gli ulteriori 6000 MW di eolico ancora non realizzati (per quanto meno produttivi rispetto ai “primi” 6000 MW che hanno saturato già le aree relativamente più ventose)
3) Una serie di misure a più alta efficacia nel comparto delle rinnovabili termiche, dell’efficienza energetica, della rimodulazione dei trasporti sono ancora al palo e necessitano di incentivi che si fa fatica a reperire. Invece fiumi di denaro scorrono dalle bollette degli italiani alle società eoliche con effetti territoriali tutt’altro che indolori rispetto ai comparti anzidetti.
In conclusione sarebbe possibile, doveroso, respingere il completamento del disastro eolico in atto, attraverso i futuri decreti attuativi da emanarsi sull’incentivazione eolica, prevedendo:
- un drastico abbassamento della soglia di potenza eolica prevista nel PAN a fronte della notevole lievitazione di quella FV.
- una più che legittima e immediata disincentivazione di questa fonte, sia in valore assoluto, che penalizzando ulteriormente a monte quegli impianti eccessivamente impattanti ancorché autorizzati ma ancora non realizzati, almeno entro un certo transitorio temporale.
- una limitata premialità solo per progetti che si facciano carico di assorbire quote di potenza da aree di elevato pregio ambientale devastate da tali impianti.
- una definizione, per quanto imbarazzante, degli obiettivi da assegnare alle varie Regioni. In tal caso infatti si scoprirebbe come alcune regioni in realtà abbiano più che superato queste previsioni, potendosi già negoziare forme di riequilibrio “statistico” dell’energia prodotta a fronte di accordi interregionali.
Potrebbe essere rilanciato, e trovare concreta applicazione, l’appello promosso di recente da alcune personalità di spicco:
BASTA eolico. PIU fotovoltaico, NON “tutto e subito” , NON sui terreni liberi .
…. e iniziando a sostenere la ricerca nel settore, senza della quale le “nuove” rinnovabili sono destinate ad offrire contributi percentuali da prefisso telefonico o quasi.
E.C. 06.05.2011
PROCEDURE
Intanto viene introdotta la “procedura abilitativa semplificata” (PAS) che va a sostituire la D.I.A. (Dichiarazione di Inizio Attività) già prevista per talune tipologie di impianti nelle Linee Guida Nazionali. Tale procedura abilitativa è una sorta di super DIA con cui, indicativamente, sembra che sia il comune e non più il proponente ad assumersi l’onere di raccogliere eventuali atti di assenso necessari a corredare la richiesta del titolo abilitativo.
E’ demandato alle Regioni il compito di individuare formule con cui prevenire effetti cumulativi ed elusioni in ordine ad un utilizzo improprio della PAS. Cosa che ragionevolmente non avverrà mai o sarà del tutto superficiale con intuibili conseguenze.
Sempre nel campo delle procedure, per i procedimenti avviati dopo l’entrata in vigore del Decreto, viene sancita la compressione a 3 mesi (erano 6 mesi) del tempo necessario a completare il procedimento di Autorizzazione Unica con relative conferenze di servizio, al netto dei tempi previsti della procedura di verifica/VIA.
Attenzione: al netto dei “TEMPI previsti per …” e non semplicemente al netto della verifica/VIA. Sembrerebbe che i tempi già cadenzati per le valutazioni di carattere ambientale diventano essi stessi contingentati ai fini della legittimità sul procedimento complessivo. Fino ad oggi era orientamento consolidato che la procedura di verifica/VIA rappresentasse un endoprocedimento a se stante, seppur con tempi programmati ma quasi mai rispettati per intuibili difficoltà o per approfondimenti richiesti al proponente.
Questo dettaglio rischia di offrire una ulteriore sponda agli speculatori in sede di ricorso amministrativo visti i tempi e le capacità organizzative della Pubblica Amministrazione.
Assolutamente deleterio è l’art.6, comma 9, : le Regioni possono elevare la soglia di potenza fino a 1 MW nell’applicazione della PAS per tutte le tipologie di impianti FER.
Ove applicata, questa disposizione comporterà il caos totale come accaduto in Puglia dove una simile quanto indebita deregolamentazione è stata drammaticamente sperimentata per l’eolico con la D.I.A.. Centinaia e centinaia di istanze sono approdate a UTC comunali del tutto impreparati (o compiacenti), fino a quando la norma è stata dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale rispetto ai più bassi limiti che erano previsti dalla norma nazionale.
In realtà il provvedimento appare del tutto funzionale a “salvare” un’altra analoga norma di deregolamentazione tutt’ora disastrosamente in vigore in Basilicata, sebbene dichiarata illegittima anche qui con un recente pronunciamento della Corte Costituzionale, evidentemente vanificato dall’articolo in questione. Altre Regioni si stanno già orientando in questa direzione.
La deregolamentazione era purtroppo sostenuta anche nella proposta di Legge di iniziativa popolare sull’Energia, promossa mesi fa con raccolte di firme da parte di alcune associazioni (Legambiente, Greenpeace, Wwf ed altre).
Quanto alla “Comunicazione per attività in edilizia libera”, essa continua ad applicarsi secondo quando previsto dalle recenti Linee Guida nazionali (per micro impianti, es. eolico con rotore da 1m e h da 1,5m). Ma anche qui è prevista la possibilità per le Regioni di elevare le soglie di potenza fino a 50KW o di qualsivoglia potenza per FV sui tetti, al netto di eventuali norme di tutela ambientale applicabili al caso.
REQUISITI per il FOTOVOLTAICO a TERRA
L’art.10 comma 4 introduce un positivo (ma non esaustivo) argine al FV sui terreni liberi. Esso esclude dagli incentivi (quindi non applica un divieto urbanistico che sarebbe stato necessario concertare obbligatoriamente con le Regioni) tutti gli impianti FV superiori a 1 MW con moduli collocati a terra sui terreni agricoli.
A questo limite si aggiunge la distanza minima di 2 Km nel caso gli impianti siano su terreni appartenenti allo stesso proprietario. In ogni caso non può essere destinato più del 10% del terreno nella disponibilità del proponente.
Tuttavia queste prescrizioni non possono considerarsi esaustive per la tutela dei terreni agricoli se si considera che 1 MW di FV corrispondono pur sempre a circa 2 ettari.
Inoltre questa disposizione non si applica ai terreni abbandonati da almeno 5 anni.
Non è chiaro cosa e come si possa intendere per “abbandonati”, nemmeno come e da quando si possa certificare lo stato di “abbandono” ma paradossalmente emerge un grave rischio proprio per le aree più pregevoli dal punto di vista ambientale. In genere sono proprio gli incolti o i pascoli, cioè terreni non utilizzati dall’agricoltura, a rappresentare le aree di maggiore interesse per la concentrazione di biodiversità che presentano e per l’ovvio valore ecologico e paesaggistico.
Degno di attenzione è il transitorio con cui entra in vigore questa disposizione: essa non si applica ai progetti che abbiano conseguito l’autorizzazione entro la data di entrata in vigore del Decreto o presentati entro il 1 gennaio 2011 PURCHE’, tuttavia, l’impianto entri in esercizio entro un anno dalla data di entrata in vigore dello stesso decreto (29 marzo 2012).
E’ del tutto evidente che per salvare le aree già gravate da progetti presentati o addirittura autorizzati, gioca un ruolo fondamentale il “rallentamento” dell’iter autorizzativo e dei tempi realizzativi di un grosso impianto, che indurrebbero a loro volta un fattore di rischio per la società proponente e per l’istituto di credito finanziatore, quindi, si spera, l’orientamento a desistere nel realizzare un impianto di grossa taglia per quanto autorizzato !
INCENTIVI
E’ previsto che agli impianti oltre 5 MW entrati in esercizio dal 1 gennaio 2013 siano assegnati incentivi attraverso aste al ribasso rispetto ad una soglia predefinita. L’incentivo sarà diversificato per fonti, soglie di potenza ed altri criteri. Non è chiaro se vi saranno anche criteri di natura territoriale, quindi orientati a compensare la diversa producibilità dell’impianto sul territorio nazionale, quindi nell’ottica di perseguire le soglie di potenza che sarebbero assegnate alle regioni.
E’ previsto inoltre un sistema di transizione dal vecchio al nuovo sistema incentivante anche per gli impianti che già in esercizio o che entrino in esercizio prima del 2013.
In particolare i Certificati Verdi per l’eolico resteranno in vigore fino a tutto il 2015 e il valore di quelli eccedenti il rispetto della quota d’obbligo (non negoziati sul mercato), e quindi di cui il GSE garantisce il ritiro, è pari al 78% del prezzo stabilito.
Entro 6 mesi dall’entrata in vigore del Decreto (entro settembre) dovranno essere emanati i decreti che disciplinano l’incentivazione per gli impianti in genere sotto i 5MW e quelli sottoposti a rifacimento, il sistema di aste per quelli oltre 5 MW e i sistemi di transizione.
Per il FV l’incentivo attuale è garantito per gli impianti che entrino in esercizio entro maggio c.a.. Tuttavia è in corso di pubblicazione il decreto attuativo in ordine alla incentivazione successiva a maggio.
E’ prevista la possibilità di accordi tra l’Italia ed altri Stati per trasferimenti statistici di energia allo scopo di rispettare le quote di competenza di rinnovabile ma solo ove non fossero raggiunti gli obiettivi intermedi. Analogamente è prevista la possibilità tra le Regioni, o tra queste ed enti esteri, di negoziare il trasferimento di quote di produzione energetica da FER rispetto a quelle assegnate.
E’ introdotta, inoltre, l’interdizione agli incentivi per tutte quelle figure eventualmente coinvolte in istanze di accesso agli incentivi basate su dati falsi o addirittura prive di titoli abilitativi, nonché sanzioni amministrative in tal senso.
A giudicare dalla mole di richieste di autorizzazione di impianti eolici che tutt’ora continuano drammaticamente ad inondare le Autorità competenti, non sembra che l’orientamento politico introdotto con il Decreto abbia scoraggiato gli speculatori, almeno nel conseguimento di autorizzazioni.
E’ ragionevole immaginare che la lobby eolica, pur nell’incertezza del momento, abbia comunque interesse a saturare il mercato dei titoli abilitativi sul territorio per poi giocarli eventualmente con il nuovo sistema incentivante sperando che sia il più lauto possibile, magari condizionandolo pesantemente la concertazione di questi mesi.
DECRETI ATTUATIVI
Tanto dipende quindi dai decreti attuativi in materia di incentivazione, dai quali potranno meglio identificarsi gli interessi alla vera e propria realizzazione degli impianti, anche di quelli già autorizzati ma che dovranno, anche se realizzati prima dell’entrata in vigore del nuovo sistema incentivante, essere traghettati comunque verso il nuovo sistema, presumibilmente maturando alcuni vantaggi per via di diritti acquisiti.
Questa fase transitoria è quindi determinante, soprattutto per l’eolico.
Sarebbe utile anche comprendere quanto rapida possa essere la realizzazione di un impianto eolico e quando effettivamente oggi appaia attraente l’investimento, soprattutto nelle aree meridionali, malgrado l’ipotetico fattore di rischio.
Analogamente all’interdizione dei grossi impianti FV sui terreni liberi ottenuta attraverso lo strumento della disincentivazione, appare utile perseguire una ipotesi di condizionamento dell’incentivo eolico in base alla tipologia di impianto e alla sua collocazione.
In altri termini l’interdizione all’incentivo per impianti ricadenti in particolari situazioni impattanti di rilievo nazionale, e quindi di interesse dello Stato (pur con i necessari quanto pericolosi transitori rispetto ai diritti acquisiti), sarebbe immediatamente emanabile senza concertazioni capestro con le Regioni e come invece sarebbe d’obbligo per vere e proprie misure di tutela di carattere territoriale o urbanistica.
In altri termini il Governo, anche alla luce della sconcertante, mancata stesura delle Linee Guida da parte delle Regioni (in ottemperanza alle Linee Guida nazionali), nel migliore dei casi emanate in una ottica di scarsa efficacia, potrebbe escludere totalmente dall’incentivo alcuni nuovi impianti eolici ricadenti, ad esempio, entro una fascia di rispetto dai siti Unesco, dai Parchi Nazionali, da aree a vincolo paesaggistico o gravate da siti riproduttivi di specie faunistiche di rilievo internazionale, ecc, ecc, ancorché autorizzati ma non realizzati entro un dato periodo.
Ma la valutazione complessiva sull’eolico deve collegarsi anche all’imminente decreto attuativo sull’incentivazione al FV.
Intanto emerge un elemento di preoccupazione poiché, all’art.3 comma 2 del decreto le cave sono escluse dalle “aree agricole”, dove invece vigono le limitazioni per il grande FV over 1 MW.
Un simile provvedimento:
a) introduce il potenziale degrado definitivo di aree che, per quanto occupate da cave, anche dismesse possono notoriamente essere oggetto di colonizzazione per la biodiversità che in questi siti può svilupparsi autonomamente e tornare a rappresentare territorio non ancora “consumato”.
b) Manderebbe all’aria fideiussioni e programmi che i gestori delle cave hanno dovuto prevedere per il ripristino paesaggistico e ambientale all’atto della dismissione, in base a norme di settore. Un regalo ai cavatori e una offesa agli interessi collettivi autentici.
Per contro non compaiono misure per disincentivare azioni elusive attraverso le cosiddette “serre fotovoltaiche”, nuova frontiera della speculazione energetica.
Ulteriore aspetto negativo è determinato dal parere/richiesta espresso dalla Conferenza Stato Regioni sul decreto lo scorso 28 aprile in merito alla definizione di “piccoli impianti” ai fini delle soglie incentivanti. La Conferenza ha chiesto vergognosamente di elevare la potenza dai previsti 200KW, su edifici o in regime di scambio sul posto, a quella di 1 MW (2 ettari) indipendentemente dalla allocazione !
Più nel dettaglio di questo decreto attuativo, si evince che la potenza FV installabile prevista in scaglioni periodici dovrebbe raggiungere la soglia di 23.000 MW al 2016 invece che gli 8000 MW al 2010 prima previsti ! Si ricorda che il GSE ha consuntivato circa 7000 MW in esercizio e quindi l’imminente superamento dei previsti 8000 MW.
Esulando da una pur giusta riflessione sulla inopportunità di prevedere questa soglia al 2016 e non più economicamente spalmata fino al 2020, emergono due considerazioni:
1) Se per assurdo l’eolico fosse bloccato ai 6000 MW (5000 torri) in esercizio al 31.12.2010 (ma almeno altrettanti sono ormai i MW tra follemente autorizzati o con parere ambientale espresso), unitamente ai 23.000 MW di FV previsto si raggiungerebbero quasi 30.000 MW di potenza elettrica attivabile da fonti intermittenti non programmabili . Potenza che, per la sicurezza del sistema elettrico nazionale, non dovrebbe superare il 20 % della potenza massima in gioco (almeno allo stato attuale delle tecnologie), ovvero il 20% di 56.000 MW.
2) Nell’ambito del P.A.N. (Piano d’Azione Nazionale) sulle FER (30.06.2010) trasmesso dal Governo alla UE, l’Italia si è impegnata a raggiungere al 2020 la sua quota di rinnovabile attraverso una serie di misure tra cui, nel comparto elettrico appunto, l’insediamento di una capacità di 8.000 MW di FV e 12.000 MW di eolico on-shore ricavandone le relative previsioni di produzione energetica: rispettivamente 9.650 GWh e 18.000 GWh.
E’ evidente che se la potenza di FV lievitasse a 23.000 MW (per altro al 2016) ci si attenderebbe in proporzione (pur senza immaginare margini di miglioramento nella resa della tecnologia FV) oltre 27700 GWh di energia, quindi oltre 18.000 GWh di energia IN PIU’, pari a TUTTO il contributo eolico al 2020 ma, ancor più opportunamente, sufficiente ad assorbire abbondantemente i 9000 GWh immaginabili con gli ulteriori 6000 MW di eolico ancora non realizzati (per quanto meno produttivi rispetto ai “primi” 6000 MW che hanno saturato già le aree relativamente più ventose)
3) Una serie di misure a più alta efficacia nel comparto delle rinnovabili termiche, dell’efficienza energetica, della rimodulazione dei trasporti sono ancora al palo e necessitano di incentivi che si fa fatica a reperire. Invece fiumi di denaro scorrono dalle bollette degli italiani alle società eoliche con effetti territoriali tutt’altro che indolori rispetto ai comparti anzidetti.
In conclusione sarebbe possibile, doveroso, respingere il completamento del disastro eolico in atto, attraverso i futuri decreti attuativi da emanarsi sull’incentivazione eolica, prevedendo:
- un drastico abbassamento della soglia di potenza eolica prevista nel PAN a fronte della notevole lievitazione di quella FV.
- una più che legittima e immediata disincentivazione di questa fonte, sia in valore assoluto, che penalizzando ulteriormente a monte quegli impianti eccessivamente impattanti ancorché autorizzati ma ancora non realizzati, almeno entro un certo transitorio temporale.
- una limitata premialità solo per progetti che si facciano carico di assorbire quote di potenza da aree di elevato pregio ambientale devastate da tali impianti.
- una definizione, per quanto imbarazzante, degli obiettivi da assegnare alle varie Regioni. In tal caso infatti si scoprirebbe come alcune regioni in realtà abbiano più che superato queste previsioni, potendosi già negoziare forme di riequilibrio “statistico” dell’energia prodotta a fronte di accordi interregionali.
Potrebbe essere rilanciato, e trovare concreta applicazione, l’appello promosso di recente da alcune personalità di spicco:
BASTA eolico. PIU fotovoltaico, NON “tutto e subito” , NON sui terreni liberi .
…. e iniziando a sostenere la ricerca nel settore, senza della quale le “nuove” rinnovabili sono destinate ad offrire contributi percentuali da prefisso telefonico o quasi.
E.C. 06.05.2011
mercoledì 22 dicembre 2010
ENERGIA RINNOVABILE, LIPU SCRIVE ALLE REGIONI
COMUNICATO STAMPA
ENERGIA RINNOVABILE, LIPU SCRIVE ALLE REGIONI:
“ADOTTARE CON URGENZA LE LINEE GUIDA SU EOLICO E ALTRE FONTI.
OCCASIONE PER SALVAGUARDARE AMBIENTE, PAESAGGIO
E BIODIVERSITA’”
Con una lettera inviata nei giorni scorsi ai Presidenti di regione, agli assessori competenti e alle commissioni consiliari regionali interessate, la LIPU-BirdLife Italia chiede che vengano adottate con urgenza entro il prossimo 1° gennaio 2011 le Linee guida regionali per l’insediamento di impianti da fonti energetiche rinnovabili, in gran parte eolico e fotovoltaico. Un’occasione – sottolinea la LIPU - per salvaguardare ambiente, paesaggio, biodiversità.
Dopo l’approvazione del decreto del Ministero dello Sviluppo Economico dello scorso 10 settembre, che fissava le Linee guida nazionali, la LIPU chiede dunque alle regioni di intervenire, come previsto dallo stesso decreto, con un provvedimento che metta ordine a uno sviluppo incontrollato del settore che crea pericolo per l’ambiente, il paesaggio e la biodiversità.
Proprio per questo la LIPU segnala l’esigenza di definire, oltre alle Linee guida regionali, anche le aree che non sono idonee a ospitare tali impianti: dalle aree Unesco alle aree protette (legge 394/91) e le zone umide Ramsar, dai siti di rete Natura 2000 (Sic e Zps) alle aree Iba (Important Bird Areas, le Aree importanti per gli uccelli), dagli habitat naturali o semi naturali (come pascoli, macchie, boschi) alle Oasi di protezione e quelle di “ripopolamento e cattura” (legge 157/92). Ma anche aree archeologiche, monumenti, centri storici, e aree sottoposte a vincolo idrogeologico, tutte con una fascia di rispetto dignitosa e funzionale alle esigenze del caso.
Nel Documento di osservazioni LIPU inviato alle regioni, si richiama inoltre l’attenzione su quelle aree che ospitano siti riproduttivi di specie di uccelli ormai rari e di grande interesse conservazionistico come gli ultimi avvoltoi (capovaccaio, grifone e gipeto), cicogna nera e cicogna bianca, colonie riproduttive di aquila reale, aquila del bonelli, gallina prataiola e lanario o colonie riproduttive di grillaio.
Non mancano tra le osservazioni della LIPU prescrizioni sugli impianti fotovoltaici, idroelettrici (da vietare lo sbarramento degli ultimi corsi d’acqua con presenza della lontra) e la necessità di codificare con le Linee guida regionali la Valutazione di incidenza in alcuni casi specifici.
“Lo sviluppo incontrollato e non pianificato di impianti eolici ma anche fotovoltaici e idrici – scrive Giuliano Tallone, Presidente LIPU-BirdLife Italia – ha gravi ripercussioni sul paesaggio, sulla biodiversità, sui beni storici e archeologici e sull’identità rurale come purtroppo si è verificato in estesi comprensori del Mezzogiorno. Tutto ciò – prosegue Tallone – pone dunque alle Regioni il dovere di cogliere l’opportunità offerta dal decreto e intervenire con urgenza per non compromettere ulteriormente il territorio, pur programmando uno sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili. Nello stesso tempo – conclude Tallone – le regioni possono promuovere una politica nel settore finalmente più adeguata e magari indirizzata verso lo sfruttamento delle superfici antropizzate e industriali”.
22 dicembre 2010
UFFICIO STAMPA LIPU-BIRDLIFE ITALIA
ENERGIA RINNOVABILE, LIPU SCRIVE ALLE REGIONI:
“ADOTTARE CON URGENZA LE LINEE GUIDA SU EOLICO E ALTRE FONTI.
OCCASIONE PER SALVAGUARDARE AMBIENTE, PAESAGGIO
E BIODIVERSITA’”
Con una lettera inviata nei giorni scorsi ai Presidenti di regione, agli assessori competenti e alle commissioni consiliari regionali interessate, la LIPU-BirdLife Italia chiede che vengano adottate con urgenza entro il prossimo 1° gennaio 2011 le Linee guida regionali per l’insediamento di impianti da fonti energetiche rinnovabili, in gran parte eolico e fotovoltaico. Un’occasione – sottolinea la LIPU - per salvaguardare ambiente, paesaggio, biodiversità.
Dopo l’approvazione del decreto del Ministero dello Sviluppo Economico dello scorso 10 settembre, che fissava le Linee guida nazionali, la LIPU chiede dunque alle regioni di intervenire, come previsto dallo stesso decreto, con un provvedimento che metta ordine a uno sviluppo incontrollato del settore che crea pericolo per l’ambiente, il paesaggio e la biodiversità.
Proprio per questo la LIPU segnala l’esigenza di definire, oltre alle Linee guida regionali, anche le aree che non sono idonee a ospitare tali impianti: dalle aree Unesco alle aree protette (legge 394/91) e le zone umide Ramsar, dai siti di rete Natura 2000 (Sic e Zps) alle aree Iba (Important Bird Areas, le Aree importanti per gli uccelli), dagli habitat naturali o semi naturali (come pascoli, macchie, boschi) alle Oasi di protezione e quelle di “ripopolamento e cattura” (legge 157/92). Ma anche aree archeologiche, monumenti, centri storici, e aree sottoposte a vincolo idrogeologico, tutte con una fascia di rispetto dignitosa e funzionale alle esigenze del caso.
Nel Documento di osservazioni LIPU inviato alle regioni, si richiama inoltre l’attenzione su quelle aree che ospitano siti riproduttivi di specie di uccelli ormai rari e di grande interesse conservazionistico come gli ultimi avvoltoi (capovaccaio, grifone e gipeto), cicogna nera e cicogna bianca, colonie riproduttive di aquila reale, aquila del bonelli, gallina prataiola e lanario o colonie riproduttive di grillaio.
Non mancano tra le osservazioni della LIPU prescrizioni sugli impianti fotovoltaici, idroelettrici (da vietare lo sbarramento degli ultimi corsi d’acqua con presenza della lontra) e la necessità di codificare con le Linee guida regionali la Valutazione di incidenza in alcuni casi specifici.
“Lo sviluppo incontrollato e non pianificato di impianti eolici ma anche fotovoltaici e idrici – scrive Giuliano Tallone, Presidente LIPU-BirdLife Italia – ha gravi ripercussioni sul paesaggio, sulla biodiversità, sui beni storici e archeologici e sull’identità rurale come purtroppo si è verificato in estesi comprensori del Mezzogiorno. Tutto ciò – prosegue Tallone – pone dunque alle Regioni il dovere di cogliere l’opportunità offerta dal decreto e intervenire con urgenza per non compromettere ulteriormente il territorio, pur programmando uno sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili. Nello stesso tempo – conclude Tallone – le regioni possono promuovere una politica nel settore finalmente più adeguata e magari indirizzata verso lo sfruttamento delle superfici antropizzate e industriali”.
22 dicembre 2010
UFFICIO STAMPA LIPU-BIRDLIFE ITALIA
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