posted by Matteo Visceglia
giovedì 3 novembre 2011
Basilicata: avvistato un giovane Nibbio reale con marche alari
Un Nibbio reale (Milvus milvus) con marche alari blu è stato osservato dall'ornitologo lucano Egidio Fulco il giorno 03 novembre 2011 in Basilicata nel territorio del comune di Marsicovetere (Pz) a circa 1000 metri di quota. A seguito di contatti con i responsabili di un progetto che si occupa della reintroduzione di questa specie in alcune aree dell'Italia centrale è emerso che questo nibbio (con codice IJJ) è un giovane liberato l'anno scorso nelle Marche nel Parco Regionale Gola della Rossa e di Frasassi nell'ambito del Progetto LIFE Natura "Save the Flyers". Questa importante osservazione conferma che tra le varie metapopolazioni di nibbio reale vi è un effettivo collegamento che potrebbe contribuire a consolidare la speranza di una ripresa della specie soprattutto in aree ove un tempo erano più comuni come la Toscana, il Lazio, l'Abruzzo, le Marche e il Molise. La popolazione nidificante lucana, la più importante d'Italia, rappresenta allo stesso tempo sia un grande serbatoio di esemplari che possono occupare nuove aree anche distanti diverse centinaia di km sia un forte richiamo per altri nibbi erratici proprio come IJJ avvistato nelle aree interne della regione. Ci hanno informato i responsabili del LIFE che precentemente questo giovane era stato visto sia in Toscana che nel Lazio, a dimostrazione di un comportamento di erratismo molto importante per la ricerca di nuovi territori da parte di giovani.
posted by Matteo Visceglia

posted by Matteo Visceglia
Osservati 2 grifoni in Basilicata
Nel corso di un monitoraggio faunistico condotto dall'ornitologo lucano Egidio Fulco questa mattina 3 novembre 2011 sono stati osservati 2 splendidi grifoni (Gyps fulvus) in alcune aree della Valle dell'Agri lungo l'Appennino Lucano. Data la notevole distanza non è stato possibile notare la presenza di eventuali anelli colorati. Si ricorda che la precedente osservazione della specie in Basilicata (A. Vilmer Sabino & M. Visceglia, 2011) è stata effettuata sulla Murgia materana la scorsa primavera e riguardava un soggetto inanellato (codice G71) proveniente dal Parco Nazionale del Pollino a seguito di rilasci a scopo di ripopolamento.
posted by Matteo Visceglia

Foto: E. Fulco
posted by Matteo Visceglia
Foto: E. Fulco
venerdì 21 ottobre 2011
Energia rinnovabile: la LIPU dice NO al condono
RINNOVABILI. LIPU: NO AL CONDONO PER GLI IMPIANTI FUORILEGGE.
CONDIVISIBILE LA PROPOSTA DI MORATORIA DI CONFINDUSTRIA SUI GRANDI IMPIANTI
No al “condono tombale” proposto dal ministro delle Politiche agricole Saverio Romano sugli impianti fuorilegge. Sì invece alla moratoria proposta da Confindustria. E’ quanto afferma la LIPU-BirdLife Italia a proposito degli impianti industriali eolici e fotovoltaici.
L’ipotesi di un condono – sottolinea la LIPU – già deprecabile di per sé, aggraverebbe ulteriormente la situazione di un settore, quello delle energie rinnovabili, diventato uno dei più speculativi e caotici, che ha visto la concessione di generosi e lucrosi incentivi (i più alti del mondo nel caso dell’eolico industriale) e con la politica che ha abdicato al suo doveroso ruolo di coordinamento e controllo. Le argomentazioni di riduzione dei gas serra e di applicazione del Protocollo di Kyoto – aggiunge la LIPU - che avrebbero dovuto ispirare una dinamica razionale e pianificata in armonia con il territorio, sono state, purtroppo, utilizzate come paravento per coprire una devastante speculazione.
“Contestiamo il provvedimento del condono e chiediamo che non venga emanato – dichiara il coordinatore della Commissione Energia della LIPU-BirdLife Italia, Stefano Allavena - Sarebbe un ulteriore, grave segnale di distorsione in un settore già da anni nel caos e su cui continuano a prevalere interessi particolari a scapito di quelli collettivi, con enormi fiumi di denaro che oggi, vista la grave crisi economica sempre più incombente, appaiono ancora più stridenti”.
“Una seria analisi della situazione energetica del nostro Paese - aggiunge Fulvio Mamone Capria, presidente LIPU-BirdLife Italia - imporrebbe di orientare le già esigue risorse verso settori a più elevato valore aggiunto per l’economia, come le rinnovabili termiche, e al miglioramento dell’efficienza energetica nel settore edilizio e in quello dei trasporti”.
Gli obiettivi comunitari al 2020, per quanto riguarda la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili - denuncia la LIPU - sarebbero addirittura già garantiti dal solo fotovoltaico previsto, senza alcun apporto dell’eolico. Gli incentivi dovrebbero quindi interessare solo gli impianti urbanizzati o strettamente al servizio delle aziende agricole che non causano impatti territoriali.
Per questi motivi occorrono tagli agli incentivi ai grandi impianti impattanti, che rischiano di saturare la rete a scapito di quelli che, invece, dovrebbero essere realizzati diffusamente nei tessuti urbanizzati. La LIPU pertanto ritiene totalmente condivisibile la proposta di moratoria avanzata in questi giorni da Confindustria nei confronti dei grandi impianti eolici e fotovoltaici.
La LIPU segue da anni con crescente preoccupazione il dilagare delle centrali eoliche e fotovoltaiche visto che le prime (le eoliche) sono causa di morte, per impatto con le pale rotanti, di un gran numero di uccelli e altri animali, e sono causa, inoltre, di grave degrado ed alterazione di ambienti naturali di grande pregio, mentre le seconde (le fotovoltaiche) stanno rapidamente diventando in molte zone una delle principali cause di consumo del territorio e delle campagne.
Per questi motivi la LIPU ha, negli anni, ripetutamente quanto inutilmente, chiesto al Governo una moratoria, in un settore in preda a decine di migliaia di istanze fuori da strumenti di pianificazione e di controllo, e alle Regioni l’adozione di regole degne di questo nome. Attualmente il risultato è la drammatica compromissione su vasta scala dell’intero Mezzogiorno e di enormi comprensori in tutta Italia, con migliaia di pale e di ettari coperti dai pannelli fotovoltaici già realizzati, senza contare il gran numero di procedimenti già in una fase assai avanzata e quindi prossimi alla realizzazione.
Parma, 20 ottobre 2011
Fonte: Ufficio stampa LIPU - BirdLife Italia
CONDIVISIBILE LA PROPOSTA DI MORATORIA DI CONFINDUSTRIA SUI GRANDI IMPIANTI
No al “condono tombale” proposto dal ministro delle Politiche agricole Saverio Romano sugli impianti fuorilegge. Sì invece alla moratoria proposta da Confindustria. E’ quanto afferma la LIPU-BirdLife Italia a proposito degli impianti industriali eolici e fotovoltaici.
L’ipotesi di un condono – sottolinea la LIPU – già deprecabile di per sé, aggraverebbe ulteriormente la situazione di un settore, quello delle energie rinnovabili, diventato uno dei più speculativi e caotici, che ha visto la concessione di generosi e lucrosi incentivi (i più alti del mondo nel caso dell’eolico industriale) e con la politica che ha abdicato al suo doveroso ruolo di coordinamento e controllo. Le argomentazioni di riduzione dei gas serra e di applicazione del Protocollo di Kyoto – aggiunge la LIPU - che avrebbero dovuto ispirare una dinamica razionale e pianificata in armonia con il territorio, sono state, purtroppo, utilizzate come paravento per coprire una devastante speculazione.
“Contestiamo il provvedimento del condono e chiediamo che non venga emanato – dichiara il coordinatore della Commissione Energia della LIPU-BirdLife Italia, Stefano Allavena - Sarebbe un ulteriore, grave segnale di distorsione in un settore già da anni nel caos e su cui continuano a prevalere interessi particolari a scapito di quelli collettivi, con enormi fiumi di denaro che oggi, vista la grave crisi economica sempre più incombente, appaiono ancora più stridenti”.
“Una seria analisi della situazione energetica del nostro Paese - aggiunge Fulvio Mamone Capria, presidente LIPU-BirdLife Italia - imporrebbe di orientare le già esigue risorse verso settori a più elevato valore aggiunto per l’economia, come le rinnovabili termiche, e al miglioramento dell’efficienza energetica nel settore edilizio e in quello dei trasporti”.
Gli obiettivi comunitari al 2020, per quanto riguarda la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili - denuncia la LIPU - sarebbero addirittura già garantiti dal solo fotovoltaico previsto, senza alcun apporto dell’eolico. Gli incentivi dovrebbero quindi interessare solo gli impianti urbanizzati o strettamente al servizio delle aziende agricole che non causano impatti territoriali.
Per questi motivi occorrono tagli agli incentivi ai grandi impianti impattanti, che rischiano di saturare la rete a scapito di quelli che, invece, dovrebbero essere realizzati diffusamente nei tessuti urbanizzati. La LIPU pertanto ritiene totalmente condivisibile la proposta di moratoria avanzata in questi giorni da Confindustria nei confronti dei grandi impianti eolici e fotovoltaici.
La LIPU segue da anni con crescente preoccupazione il dilagare delle centrali eoliche e fotovoltaiche visto che le prime (le eoliche) sono causa di morte, per impatto con le pale rotanti, di un gran numero di uccelli e altri animali, e sono causa, inoltre, di grave degrado ed alterazione di ambienti naturali di grande pregio, mentre le seconde (le fotovoltaiche) stanno rapidamente diventando in molte zone una delle principali cause di consumo del territorio e delle campagne.
Per questi motivi la LIPU ha, negli anni, ripetutamente quanto inutilmente, chiesto al Governo una moratoria, in un settore in preda a decine di migliaia di istanze fuori da strumenti di pianificazione e di controllo, e alle Regioni l’adozione di regole degne di questo nome. Attualmente il risultato è la drammatica compromissione su vasta scala dell’intero Mezzogiorno e di enormi comprensori in tutta Italia, con migliaia di pale e di ettari coperti dai pannelli fotovoltaici già realizzati, senza contare il gran numero di procedimenti già in una fase assai avanzata e quindi prossimi alla realizzazione.
Parma, 20 ottobre 2011
Fonte: Ufficio stampa LIPU - BirdLife Italia
martedì 18 ottobre 2011
giovedì 6 ottobre 2011
Campania: la cicogna nera minacciata dalle pale eoliche
Due delle dieci coppie di cicogna nera italiana vivono nell’Irpinia d’Oriente ed è qui che la Regione Campania ha già autorizzato 19 torri eoliche a Monteverde, 4 ad Aquilonia e, nella vicina Lacedonia, è stato presentato un progetto di ben 33 torri. Abbiamo intervistato Vincenzo Cripezzi, responsabile LIPU Pugliese, che da anni continua la sua battaglia contro l’installazione di centrali eoliche nel nostro meridione nelle aree soggette a vincoli ambientali.
di Virginiano Spiniello - 4 Ottobre 2011
Se io fossi una cicogna mi rifiuterei di portare ancora bambini, di sudare e farmi in quattro per noi umani. Magari per correre il rischio, drammaticamente realistico, di essere tagliata in due da un mulino a vento d’acciaio di cui non sospettavo minimamente l’esistenza.
Due delle dieci coppie di cicogna nera italiana vivono nell’Irpinia d’Oriente ed è qui che la Regione Campania ha già autorizzato 19 torri a Monteverde, 4 ad Aquilonia e, nella vicina Lacedonia, è stato presentato un progetto di ben 33 torri.
Vincenzo Cripezzi, responsabile LIPU Pugliese, scruta le torri sui crinali e, da anni, continua la sua battaglia contro l’installazione di centrali eoliche nel nostro meridione nelle aree soggette a vincoli ambientali. Come Don Chisciotte si scontra contro giganti veri, inesorabili, che si moltiplicano nelle aree indifese del meridione.
Qual è la situazione per la cicogna nera dell’Ofanto?
La cicogna nera a differenza della bianca, che è molto diffusa e non teme le zone antropizzate, è molto rara, schiva e ha bisogno di un habitat più selvaggio, con zone molto pescose, ricche di nutrimento. Necessita di un territorio molto ampio e la presenza di rotori lungo i crinali sarebbe disastrosa, soprattutto in fase riproduttiva. È un indicatore della buona salute del territorio, un po’ come la lontra, ancora presente in quest’area.
Oltre a due delle dieci coppie di Cicogna nera italiane, sono presenti Nibbio reale e Nibbio bruno, il falco Lanario - il più raro d’Italia - e anche il Falco pellegrino, l’Averla piccola, il Biancone, che rendono ancora più scandalosa la collocazione di queste gigantesche macchine industriali. Questa zona era un dormitorio per i nibbi che adesso da più di un centinaio sono diventati poche decine e, parallelamente, sono apparse centinaia e centinaia di pale eoliche.
Chi subisce, oltre ai rapaci, l’impatto maggiore?
Le questioni sono di diverso tipo: aree soggette a vincoli naturalistici, danni per l’avifauna, impatto e costo beneficio nullo se non sostenuto dagli incentivi. Si pensi che i vecchi impianti a volte non hanno nemmeno gli elettrodotti adatti a trasportare il surplus di energia generata dalle pale quando c’è molto vento. E il bello è che se il Gestore non riesce a immetterla in rete c’è un rimborso - pagato da noi utenti - per l’azienda proprietaria dell’impianto. Soffermiamoci un attimo sui lavori di scavo, la realizzazione delle strade in aperta campagna per permettere ai tir di arrivare ai piloni e installare i rotori, la costruzione di elettrodotti che stravolgono un paesaggio che sarà poi compromesso definitivamente dalle selve di turbine installate selvaggiamente.
E per limitare i danni dell’energia pulita cosa fanno i nostri governanti?
La regione Campania si è svegliata dal profondo letargo, ma 'la montagna ha partorito il topolino'. Invece di studiare ed elaborare una rigida vincolistica territoriale ha individuato sommariamente una generalizzata distanza di 800 metri delle nuove pale da realizzarsi rispetto a quelle esistenti o autorizzate.
Questo esemplifica lo stato di 'ostaggio' in cui il governo regionale si trova e per cui non ha saputo fare di più, esponendosi di fatto alle censure di carattere amministrativo rispetto alle linee guida nazionali. Il Governo, infatti, assurdamente non tenendo conto nemmeno della saturazione territoriale di aree gravemente compromesse come l’Irpinia (ma anche il beneventano è già un disastro), ha impugnato la predetta legge dinanzi alla Corte Costituzionale, malgrado rappresentasse una misura tardiva e minimale per quanto rocambolesca.
E i nuovi progetti in Irpinia a che punto sono?
Diversi progetti nell’area irpina sono stati oggetto di sospensione delle conferenze di servizi, ufficialmente non sappiamo il motivo. Tuttavia diversi di questi ulteriori progetti erano stati oggetto di osservazioni e controdeduzioni da parte della LIPU ed altre associazioni. Intanto sul caso specifico dei progetti già approvati la Regione Campania non ci ha ancora risposto. E per una istituzione che si rispetti questo è quanto meno imbarazzante!
Se dovessi fare una analisi energetica delle fonti di energia rinnovabile, come sarebbe?
Impietosa. Anche il fotovoltaico avanza ma in maniera anch’esso non del tutto etica. Distese allucinanti di pannelli divorano le campagne nella deregolamentazione complessiva, in parte e tardivamente arginata solo dal recente decreto Romani che ha cancellato gli incentivi al nuovo fotovoltaico su suolo agricolo oltre 1 MW (2 ettari). In ogni caso l’avanzata del fotovoltaico ha superato la soglia di 8000 MW prevista al 2020 e anche la potenza eolica in esercizio (6000 MW a fine 2010).
Il Governo ha così fatto lievitare le previsioni della soglia di potenza fotovoltaica da perseguire portandola a 23.000 MW già al 2016. L’energia derivante da questi 23.000 MW di potenza fotovoltaica permetterebbe, con 4 anni di anticipo sulle scadenze comunitarie del 2020, di compensare anche tutta l’energia dei 12.000 MW eolici previsti al 2020 dallo Stato (l’ANEV preme scandalosamente per imporre oltre 16.000!). Pertanto, rispetto agli obiettivi comunitari nel comparto elettrico già i 6000 MW eolici impunemente realizzati sono un surplus inutile, quindi ancor più la valanga eolica da realizzarsi (per altro in aree sempre meno produttive).
Qualcuno obietterebbe “si ma che male c’è se andiamo oltre gli obiettivi, è pur sempre energia pulita...”. In realtà ciò si traduce in un grave danno alle strategie di decarbonizzazione dell’Italia poiché quelle risorse derivano dalle tariffe energetiche e quindi dalle bollette delle imprese e degli italiani con danno all’economia e con la spinta a delocalizzare le stesse produzioni energivore in paesi a bassi costi energetici a base di carbone.
Quelle stesse risorse potrebbero essere più utilmente impegnate nella politica energetica a cominciare dai settori fortemente energivori come i trasporti, o nell’efficientamento energetico dei processi e degli edifici, o nelle rinnovabili termiche per il raffrescamento e riscaldamento. Tutti comparti dove siamo al palo, a differenza del comparto elettrico. E infine le risorse dovrebbero essere impegnate nella ricerca, assolutamente fondamentale e strategica perché il contributo delle nuove rinnovabili non rimanga del tutto infinitesimo. Infatti il contributo sostanziale viene dalle rinnovabili tradizionali come idroelettrico e geotermico. A regime l’apporto di Eolico o Fotovoltaico sarà dell’ordine dell’1-2 % dell’energia complessiva e non potrà essere questo il futuro, per di più a fronte di un Paese devastato e consegnato agli speculatori.
E poi non è un belvedere, questo non dimentichiamocelo…
Insieme al castello di Monteverde, alle zone archeologiche di Aquilonia, anche gli animali avrebbero potuto essere monetizzati. Al nord fanno costosi programmi di reintroduzione, riescono a monetizzare tutto. Noi che abbiamo la lontra, il nibbio reale, la cicogna nera stiamo distruggendo il nostro paesaggio rurale. Qui si possono impunemente realizzare impianti eolici, fotovoltaico a terra, inceneritori, discariche, strade inutili, ma guai a parlare di storia, paesaggio, identità, in breve, guai a parlare di orgoglio e dignità, guai a parlare di vero cambiamento e di sviluppo sostenibile.
A salvare il nostro territorio, a custodirlo con l’atteggiamento del 'buon padre di famiglia' ci sarebbe tutto da guadagnare perché è l’unico valore produttivo che non sarà mai delocalizzabile in Cina o altrove. Ma questo politici e Amministratori sembrano non volerlo capire.
Fonte:
http://www.ilcambiamento.it/estinzione/cicogna_nera_centrali_eoliche_campania.html
di Virginiano Spiniello - 4 Ottobre 2011
Se io fossi una cicogna mi rifiuterei di portare ancora bambini, di sudare e farmi in quattro per noi umani. Magari per correre il rischio, drammaticamente realistico, di essere tagliata in due da un mulino a vento d’acciaio di cui non sospettavo minimamente l’esistenza.
Due delle dieci coppie di cicogna nera italiana vivono nell’Irpinia d’Oriente ed è qui che la Regione Campania ha già autorizzato 19 torri a Monteverde, 4 ad Aquilonia e, nella vicina Lacedonia, è stato presentato un progetto di ben 33 torri.
Vincenzo Cripezzi, responsabile LIPU Pugliese, scruta le torri sui crinali e, da anni, continua la sua battaglia contro l’installazione di centrali eoliche nel nostro meridione nelle aree soggette a vincoli ambientali. Come Don Chisciotte si scontra contro giganti veri, inesorabili, che si moltiplicano nelle aree indifese del meridione.
Qual è la situazione per la cicogna nera dell’Ofanto?
La cicogna nera a differenza della bianca, che è molto diffusa e non teme le zone antropizzate, è molto rara, schiva e ha bisogno di un habitat più selvaggio, con zone molto pescose, ricche di nutrimento. Necessita di un territorio molto ampio e la presenza di rotori lungo i crinali sarebbe disastrosa, soprattutto in fase riproduttiva. È un indicatore della buona salute del territorio, un po’ come la lontra, ancora presente in quest’area.
Oltre a due delle dieci coppie di Cicogna nera italiane, sono presenti Nibbio reale e Nibbio bruno, il falco Lanario - il più raro d’Italia - e anche il Falco pellegrino, l’Averla piccola, il Biancone, che rendono ancora più scandalosa la collocazione di queste gigantesche macchine industriali. Questa zona era un dormitorio per i nibbi che adesso da più di un centinaio sono diventati poche decine e, parallelamente, sono apparse centinaia e centinaia di pale eoliche.
Chi subisce, oltre ai rapaci, l’impatto maggiore?
Le questioni sono di diverso tipo: aree soggette a vincoli naturalistici, danni per l’avifauna, impatto e costo beneficio nullo se non sostenuto dagli incentivi. Si pensi che i vecchi impianti a volte non hanno nemmeno gli elettrodotti adatti a trasportare il surplus di energia generata dalle pale quando c’è molto vento. E il bello è che se il Gestore non riesce a immetterla in rete c’è un rimborso - pagato da noi utenti - per l’azienda proprietaria dell’impianto. Soffermiamoci un attimo sui lavori di scavo, la realizzazione delle strade in aperta campagna per permettere ai tir di arrivare ai piloni e installare i rotori, la costruzione di elettrodotti che stravolgono un paesaggio che sarà poi compromesso definitivamente dalle selve di turbine installate selvaggiamente.
E per limitare i danni dell’energia pulita cosa fanno i nostri governanti?
La regione Campania si è svegliata dal profondo letargo, ma 'la montagna ha partorito il topolino'. Invece di studiare ed elaborare una rigida vincolistica territoriale ha individuato sommariamente una generalizzata distanza di 800 metri delle nuove pale da realizzarsi rispetto a quelle esistenti o autorizzate.
Questo esemplifica lo stato di 'ostaggio' in cui il governo regionale si trova e per cui non ha saputo fare di più, esponendosi di fatto alle censure di carattere amministrativo rispetto alle linee guida nazionali. Il Governo, infatti, assurdamente non tenendo conto nemmeno della saturazione territoriale di aree gravemente compromesse come l’Irpinia (ma anche il beneventano è già un disastro), ha impugnato la predetta legge dinanzi alla Corte Costituzionale, malgrado rappresentasse una misura tardiva e minimale per quanto rocambolesca.
E i nuovi progetti in Irpinia a che punto sono?
Diversi progetti nell’area irpina sono stati oggetto di sospensione delle conferenze di servizi, ufficialmente non sappiamo il motivo. Tuttavia diversi di questi ulteriori progetti erano stati oggetto di osservazioni e controdeduzioni da parte della LIPU ed altre associazioni. Intanto sul caso specifico dei progetti già approvati la Regione Campania non ci ha ancora risposto. E per una istituzione che si rispetti questo è quanto meno imbarazzante!
Se dovessi fare una analisi energetica delle fonti di energia rinnovabile, come sarebbe?
Impietosa. Anche il fotovoltaico avanza ma in maniera anch’esso non del tutto etica. Distese allucinanti di pannelli divorano le campagne nella deregolamentazione complessiva, in parte e tardivamente arginata solo dal recente decreto Romani che ha cancellato gli incentivi al nuovo fotovoltaico su suolo agricolo oltre 1 MW (2 ettari). In ogni caso l’avanzata del fotovoltaico ha superato la soglia di 8000 MW prevista al 2020 e anche la potenza eolica in esercizio (6000 MW a fine 2010).
Il Governo ha così fatto lievitare le previsioni della soglia di potenza fotovoltaica da perseguire portandola a 23.000 MW già al 2016. L’energia derivante da questi 23.000 MW di potenza fotovoltaica permetterebbe, con 4 anni di anticipo sulle scadenze comunitarie del 2020, di compensare anche tutta l’energia dei 12.000 MW eolici previsti al 2020 dallo Stato (l’ANEV preme scandalosamente per imporre oltre 16.000!). Pertanto, rispetto agli obiettivi comunitari nel comparto elettrico già i 6000 MW eolici impunemente realizzati sono un surplus inutile, quindi ancor più la valanga eolica da realizzarsi (per altro in aree sempre meno produttive).
Qualcuno obietterebbe “si ma che male c’è se andiamo oltre gli obiettivi, è pur sempre energia pulita...”. In realtà ciò si traduce in un grave danno alle strategie di decarbonizzazione dell’Italia poiché quelle risorse derivano dalle tariffe energetiche e quindi dalle bollette delle imprese e degli italiani con danno all’economia e con la spinta a delocalizzare le stesse produzioni energivore in paesi a bassi costi energetici a base di carbone.
Quelle stesse risorse potrebbero essere più utilmente impegnate nella politica energetica a cominciare dai settori fortemente energivori come i trasporti, o nell’efficientamento energetico dei processi e degli edifici, o nelle rinnovabili termiche per il raffrescamento e riscaldamento. Tutti comparti dove siamo al palo, a differenza del comparto elettrico. E infine le risorse dovrebbero essere impegnate nella ricerca, assolutamente fondamentale e strategica perché il contributo delle nuove rinnovabili non rimanga del tutto infinitesimo. Infatti il contributo sostanziale viene dalle rinnovabili tradizionali come idroelettrico e geotermico. A regime l’apporto di Eolico o Fotovoltaico sarà dell’ordine dell’1-2 % dell’energia complessiva e non potrà essere questo il futuro, per di più a fronte di un Paese devastato e consegnato agli speculatori.
E poi non è un belvedere, questo non dimentichiamocelo…
Insieme al castello di Monteverde, alle zone archeologiche di Aquilonia, anche gli animali avrebbero potuto essere monetizzati. Al nord fanno costosi programmi di reintroduzione, riescono a monetizzare tutto. Noi che abbiamo la lontra, il nibbio reale, la cicogna nera stiamo distruggendo il nostro paesaggio rurale. Qui si possono impunemente realizzare impianti eolici, fotovoltaico a terra, inceneritori, discariche, strade inutili, ma guai a parlare di storia, paesaggio, identità, in breve, guai a parlare di orgoglio e dignità, guai a parlare di vero cambiamento e di sviluppo sostenibile.
A salvare il nostro territorio, a custodirlo con l’atteggiamento del 'buon padre di famiglia' ci sarebbe tutto da guadagnare perché è l’unico valore produttivo che non sarà mai delocalizzabile in Cina o altrove. Ma questo politici e Amministratori sembrano non volerlo capire.
Fonte:
http://www.ilcambiamento.it/estinzione/cicogna_nera_centrali_eoliche_campania.html
giovedì 29 settembre 2011
Due falchi in gabbia nel cortile di casa
Denunciato contadino di Villacidro rischia condanna a otto mesi
28 settembre, 14:45
(ANSA) - CAGLIARI, 28 SET - Si e' giustificato dicendo di averli trovati in campagna fin da piccoli e di averli messi subito in gabbia, ma quei due falchi di media taglia sono esemplari di una specie protetta che non avrebbe potuto far crescere in cattivita' senza una regolare autorizzazione. Per questo un contadino di 47 anni di Villacidro e' stato denunciato per detenzione illegale di animali selvatici. Rischia una condanna da due a otto mesi e un'ammenda da 700 a 2.000 euro. I falchi sono stati affidati al Centro recupero ed allevamento faunistico dell'Ente Foreste e poi verranno liberati.(ANSA).
28 settembre, 14:45
(ANSA) - CAGLIARI, 28 SET - Si e' giustificato dicendo di averli trovati in campagna fin da piccoli e di averli messi subito in gabbia, ma quei due falchi di media taglia sono esemplari di una specie protetta che non avrebbe potuto far crescere in cattivita' senza una regolare autorizzazione. Per questo un contadino di 47 anni di Villacidro e' stato denunciato per detenzione illegale di animali selvatici. Rischia una condanna da due a otto mesi e un'ammenda da 700 a 2.000 euro. I falchi sono stati affidati al Centro recupero ed allevamento faunistico dell'Ente Foreste e poi verranno liberati.(ANSA).
mercoledì 28 settembre 2011
BRACCONAGGIO, REGGIO CALABRIA
BRACCONAGGIO, REGGIO CALABRIA: TRE CACCIATORI BLOCCATI DOPO AVER UCCISO E MACELLATO
CINQUE FALCHI MIGRATORI.
UNO DI LORO E’ UN AGENTE DELLA POLIZIA PENITENZIARIA
L’operazione, effettuata nelle pinete di Motta San Giovanni, è della LIPU
e del Corpo forestale dello Stato
Tre cacciatori reggini, di cui uno è un agente della Polizia penitenziaria, denunciati per uccisione di specie particolarmente protette: avevano macellato sul posto quattro falchi e già staccato la testa a un altro, in attesa di completarne la “lavorazione”.
L’importante operazione è stata condotta sabato pomeriggio scorso nelle pinete di Motta San Giovanni (RC) dai volontari del settore Antibracconaggio della LIPU-BirdLife Italia, guidati dal responsabile nazionale Giovanni Malara, e dal Nucleo Antibracconaggio del Corpo Forestale dello Stato di Reggio Calabria.
Protagonisti della vicenda due gruppi di volontari della LIPU che stavano svolgendo controlli antibracconaggio in un'area boschiva al confine tra i comuni di Motta San Giovanni e Montebello Ionico. Vedendo tre cacciatori che sparavano ad alcuni falchi migratori in volo sulle pinete della zona, si avvicinavano per sorvegliarne i movimenti e documentarne l'attività. I volontari scoprivano così che i tre cacciatori avevano effettivamente sparato ai falchi, animali che una volta uccisi venivano recuperati e trasportati in una busta di plastica da un ragazzino di circa 13 anni, come tale non imputabile del reato.
Resisi conto di essere stati individuati, i bracconieri si lanciavano in auto all'inseguimento di un gruppo di volontari. Uno dei tre, esibendo il tesserino della Polizia Penitenziaria, chiedeva minaccioso l'esibizione delle fotografie che lo ritraevano. Ma intanto l'altro gruppo di volontari comunicava al Corpo Forestale dello Stato targa e modello dell'auto occupata dai tre cacciatori. Tre pattuglie del Nucleo Antibracconaggio e del Comando Stazione del CFS di Reggio Calabria bloccavano le strade dalle quali l'auto avrebbe potuto transitare.
L'auto veniva intercettata con a bordo i tre cacciatori ed il ragazzino ma senza che venisse trovata alcuna traccia degli uccelli. Su indicazione dei volontari, una busta con le spoglie di quattro falchi uccisi veniva tuttavia ritrovata nel luogo dove si erano svolti gli episodi di bracconaggio. Gli animali erano stati macellati sul posto, spennati, eviscerati e privati della testa e delle zampe, per evitarne il riconoscimento. Probabilmente l'intenzione dei bracconieri era quella di recuperarli in seguito, al sopraggiungere dell'oscurità, secondo una modalità già adottata in passato dai bracconieri che frequentano la zona.
Il ritrovamento nelle immediate vicinanze delle penne, delle zampe e delle interiora consentiva il riconoscimento dei quattro rapaci. Veniva inoltre ritrovato il corpo di una femmina di falco di palude cui era stata staccata la testa, che i tre non erano riusciti ancora a macellare.
“Quello dell’uccisione di falchi migratori è un atto orribile e gravissimo, così come grave è il tentativo di minaccia ai nostri volontari – dichiara Fulvio Mamone Capria, presidente LIPU - Ringraziamo per il pronto e deciso intervento il personale del Corpo Forestale dello Stato di Reggio Calabria. Questi fatti sono un'ulteriore conferma del grave stato di illegalità venatoria esistente in tutta la provincia e dimostrano l'inaccettabile accanimento contro specie di uccelli che rivestono un importantissimo ruolo di equilibrio ambientale. E’ ancor di più inaccettabile e fortemente diseducativo la presenza sul posto di minori coinvolti in attività violente e raccapriccianti come questa”.
Per i tre cacciatori, C.R., M.A. ed F.A., tutti e tre di Reggio Calabria, è scattata la denuncia per uccisione di specie particolarmente protette, oltre al sequestro dei tre fucili da caccia e del relativo munizionamento. I tre andranno incontro, oltre che alle sanzioni di carattere penale, anche alla sospensione o alla revoca della licenza di caccia.
Si attendono le determinazioni della Polizia Penitenziaria per l’eventuale avvio di un procedimento disciplinare.
Parma, 26 settembre 2011
Ufficio stampa LIPU - BirdLife Italia: Via Trento 49, 43100 Parma
Tel. ++39.0521.273043 - Fax ++39.0521.273419
CINQUE FALCHI MIGRATORI.
UNO DI LORO E’ UN AGENTE DELLA POLIZIA PENITENZIARIA
L’operazione, effettuata nelle pinete di Motta San Giovanni, è della LIPU
e del Corpo forestale dello Stato
Tre cacciatori reggini, di cui uno è un agente della Polizia penitenziaria, denunciati per uccisione di specie particolarmente protette: avevano macellato sul posto quattro falchi e già staccato la testa a un altro, in attesa di completarne la “lavorazione”.
L’importante operazione è stata condotta sabato pomeriggio scorso nelle pinete di Motta San Giovanni (RC) dai volontari del settore Antibracconaggio della LIPU-BirdLife Italia, guidati dal responsabile nazionale Giovanni Malara, e dal Nucleo Antibracconaggio del Corpo Forestale dello Stato di Reggio Calabria.
Protagonisti della vicenda due gruppi di volontari della LIPU che stavano svolgendo controlli antibracconaggio in un'area boschiva al confine tra i comuni di Motta San Giovanni e Montebello Ionico. Vedendo tre cacciatori che sparavano ad alcuni falchi migratori in volo sulle pinete della zona, si avvicinavano per sorvegliarne i movimenti e documentarne l'attività. I volontari scoprivano così che i tre cacciatori avevano effettivamente sparato ai falchi, animali che una volta uccisi venivano recuperati e trasportati in una busta di plastica da un ragazzino di circa 13 anni, come tale non imputabile del reato.
Resisi conto di essere stati individuati, i bracconieri si lanciavano in auto all'inseguimento di un gruppo di volontari. Uno dei tre, esibendo il tesserino della Polizia Penitenziaria, chiedeva minaccioso l'esibizione delle fotografie che lo ritraevano. Ma intanto l'altro gruppo di volontari comunicava al Corpo Forestale dello Stato targa e modello dell'auto occupata dai tre cacciatori. Tre pattuglie del Nucleo Antibracconaggio e del Comando Stazione del CFS di Reggio Calabria bloccavano le strade dalle quali l'auto avrebbe potuto transitare.
L'auto veniva intercettata con a bordo i tre cacciatori ed il ragazzino ma senza che venisse trovata alcuna traccia degli uccelli. Su indicazione dei volontari, una busta con le spoglie di quattro falchi uccisi veniva tuttavia ritrovata nel luogo dove si erano svolti gli episodi di bracconaggio. Gli animali erano stati macellati sul posto, spennati, eviscerati e privati della testa e delle zampe, per evitarne il riconoscimento. Probabilmente l'intenzione dei bracconieri era quella di recuperarli in seguito, al sopraggiungere dell'oscurità, secondo una modalità già adottata in passato dai bracconieri che frequentano la zona.
Il ritrovamento nelle immediate vicinanze delle penne, delle zampe e delle interiora consentiva il riconoscimento dei quattro rapaci. Veniva inoltre ritrovato il corpo di una femmina di falco di palude cui era stata staccata la testa, che i tre non erano riusciti ancora a macellare.
“Quello dell’uccisione di falchi migratori è un atto orribile e gravissimo, così come grave è il tentativo di minaccia ai nostri volontari – dichiara Fulvio Mamone Capria, presidente LIPU - Ringraziamo per il pronto e deciso intervento il personale del Corpo Forestale dello Stato di Reggio Calabria. Questi fatti sono un'ulteriore conferma del grave stato di illegalità venatoria esistente in tutta la provincia e dimostrano l'inaccettabile accanimento contro specie di uccelli che rivestono un importantissimo ruolo di equilibrio ambientale. E’ ancor di più inaccettabile e fortemente diseducativo la presenza sul posto di minori coinvolti in attività violente e raccapriccianti come questa”.
Per i tre cacciatori, C.R., M.A. ed F.A., tutti e tre di Reggio Calabria, è scattata la denuncia per uccisione di specie particolarmente protette, oltre al sequestro dei tre fucili da caccia e del relativo munizionamento. I tre andranno incontro, oltre che alle sanzioni di carattere penale, anche alla sospensione o alla revoca della licenza di caccia.
Si attendono le determinazioni della Polizia Penitenziaria per l’eventuale avvio di un procedimento disciplinare.
Parma, 26 settembre 2011
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